Antinferno

Erano i giorni in cui da Wuhan era arrivata la novità, e io ridevo.

Non perché ci fossero degli infetti né per la scoperta di una malattia, l’ennesima, che in qualche modo avrebbe inficiato sulle risorse emozionali già decimate della mia esistenza, quella da ipocondriaco ansioso, insicuro e asociale. Ridevo perché la battuta era d’obbligo: “Mondo, solo ora ti accorgi che i virus viaggiano e sono pericolosi?”.

Ridevo, perché conosco la stampa. Ti informa, ma su Internet lo fa in modo ancora più distorto rispetto alla carta stampata. Dicevo che per l’ennesima volta c’era qualcosa da esasperare, c’erano dei lettori da spaventare. Tra quei lettori c’ero io, c’eravamo noi. Gli ipocondriaci che hanno paura di tutto, che si guardano sempre intorno. Le prime vittime dell’informazione, quelli che “se la cercano” perché “se ci pensi sempre, prima o poi ti viene”.

Ero tra quelli che rassicurava tutti, che “è un’influenza, ma devono fare le notizione”. Sapevo che niente era da sottovalutare e per questo prendevo tutti per il culo. “Ora sapete come vive un ipocondriaco, dilettanti”. Poi i primi casi in Italia, poi i primi morti, poi quei reparti di terapia intensiva che spuntavano come funghi, poi le restrizioni.

Poi le mascherine, i guanti, gli igienizzanti, il lockdown. Fermi tutti, stava accadendo. Un mondo che avevo sempre vissuto nella mia testa si era materializzato. Un mondo dominato da un nemico invisibile, da una malattia divoratrice, da un virus assassino, aveva preso forma. Il distanziamento, il pericolo in ogni starnuto, la curva dei contagi in continuo aumento, i discorsi a reti unificate, gli inviti a non uscire, le forze dell’ordine che invitavano le persone a restare dentro casa. Stava accadendo, era il mio incubo. Il nostro incubo. Per la prima volta le nostre paure erano diventate di tutti. Un pianeta messo in ginocchio da un male terribile. Era tutto vero e no, non era per niente una semplice influenza.

Ridevo, sì, per quanto tutto fosse bizzarro. Restavo rigorosamente in casa, pregavo per un vaccino e sentivo la mia famiglia al telefono. Io a Roma, loro in Sardegna. “State bene? Ne usciremo presto, state tranquilli e proteggetevi”. Sentivo di persone che perdevano i loro cari e che non potevano dare loro l’ultimo saluto. Ascoltavo Redemption SongImagineCanzone Per TeVicarious. Lavoravo, guardavo film, facevo il pane, la pizza. “Mamma, papà, state bene? Ci rivedremo presto, mi raccomando rispettate le regole”.

Poi l’estate, un po’ di riapertura. Il viaggio in Sardegna per riabbracciare i miei, gli amici. Una birra, l’argomento sulla bocca di tutti. “Ma tu, che sei ipocondriaco, non hai paura?” . Io rispondevo: “Io sempre, siete voi che non l’avete mai avuta. Ecco perché c’è chi fa cazzate. E una cazzata, in Sardegna, la fecero dai piani alti in pieno agosto. Sapete a cosa mi riferisco.

Inferno

Ero tornato a Roma, la vita di sempre – con le restrizioni, s’intende – riprendeva. Lavoro, distanziamento, mascherine, prime notizie sui vaccini. Evviva, presto ne saremo fuori“Mamma, papà, non so quanto sia saggio che io venga lì a Natale, dobbiamo attendere tempi più sicuri”. Era novembre, e ad agosto in Sardegna qualcuno aveva fatto una cazzata.

Il virus aveva raggiunto il mio paesello con una percentuale di contagi decisamente troppo alta per il numero di abitanti. “Mamma, papà, fatevi portare la spesa a casa. Non uscite.

“Luca, papà questa notte è svenuto”.

Il mostro invisibile, lui, era entrato nel corpo di mio padre“Mamma, come sta papà? No no, non passarmelo, lascialo riposare. Dimmi solo come sta”. Ogni giorno ad ogni ora chiedevo notizie. Poi quella telefonata notturna. Quella. Ero entrato all’inferno e lì mi trovo ancora.

Purgatorio

Altro capitolo del mondo immaginario degli ipocondriaci: le vaccinazioni di massa. Grandi strutture allestite per immunizzarsi, per uscire dall’incubo e dall’inferno. Noi ipocondriaci abbiamo un’angoscia distopica, abbiamo quella fantasia disordinata e perfetta che se incanalata nel modo giusto eviterebbe altre pandemie all’intera razza umana.

Magari, cara persona normale e “siipositivosorridisemprelavitaèunasola” di ‘stocazzo, questa pandemia ti ha insegnato che oltre a spacciare la tua serotonina tossica sui social con false citazioni di poeti che ‘ntesenculano proprio, puoi anche non uscire di casa quando hai un virus nel corpo, puoi anche coprirti la bocca quanto starnutisci/tossisci, che ne pensi? Pensa al prossimo, caro individuo normale, almeno quando esci di casa.

Era arrivato il giorno del mio vaccino. Drive-in, braccio esposto, iniezione. Mi palpavo la faccia per controllare se vi fossero rigonfiamenti, mi controllavo le pulsazioni, mi specchiavo di continuo. Sì, poi un paio di giorni di febbre e acciacchi, ma siamo al purgatorio e oggi dobbiamo espiare.

L’ho fatto per te, per noi, per voi e per mio padre. No, in questo “diario” non ci sarà un paradiso. Non ancora.

Luca