4 anni fa nasceva “Diario di un ipocondriaco”

Arrivo un po’ in ritardo, ma nel vago ricordo dei giorni in cui nasceva Diario di un ipocondriaco mi sono accorto che il 13 ottobre 2014 avevo creato la pagina. L’ho scoperto con un nuovo strumento disponibile sull’app ufficiale di Facebook, ed ecco la sorpresa:

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Perché creare il diario di un ipocondriaco?

Avevo 31 anni ed ero ancora giovane e stupido. Sono rimasto stupido. Sostavo in un bar a consumare bevande direttamente dalla confezione. Perché? Il Sindaco aveva firmato l’ordinanza di non utilizzare l’acqua corrente e per lavare e per cucinare, a causa di un’infezione batterica presente nella rete idrica. Avevo sempre avuto delle riserve, ovviamente, quando mi ritrovavo in un luogo pubblico a bere un caffè o una birretta da un tazzina o un bicchiere non sterilizzati dal sottoscritto. Quella sera, però, la mia paura incontrollabile di contrarre un’infezione mortale mi dominava più del solito.

Succhi di frutta, bibite gassate e loro affini, dunque, li assumevo con l’ausilio di una cannuccia (confezionata singolarmente, categoricamente) direttamente dalla bottiglietta o dalla lattina, per scongiurare ogni contatto con superfici presumibilmente lavate con quell’acqua infetta. Quel bar, inoltre, non disponeva di lavastoviglie e percepivo un pericolo decuplicato.

All’ennesima birra piccola – pupetto in Sardegna – un amico che mi stava di fronte si illuminò e pronunciò la frase che divenne storia: «Perché non apri una pagina Facebook sull’ipocondria?». Alzai gli occhi al cielo, disilluso e quasi seccato dal solo pensiero che un mio problema divenisse cosa pubblica. «La puoi chiamare “Diario di un ipocondriaco”, così vedi se ci sono altri come te». Liquidai l’argomento con un vediamo leggero e disimpegnato.

Il giorno dopo creai la pagina.

13 ottobre 2014. Interno notte. Nasce “Diario di un ipocondriaco”

Era notte e, sfruttando i piccoli rudimenti che avevo con Photoshop, mi inventai una grafica e scelsi un font che fosse caratteristico. Optai per Bebas Neue e scelsi uno sfondo grigio chiaro vignettato, con 16:9 di proporzione e un testo che si alternava tra il nero e il rosso-sangue. Pubblicai le prime scritte su sfondo – che da oggi chiamo ipografiche – e attesi che il pubblico arrivasse.

Non mandai inviti alla pagina, attesi semplicemente che qualcuno si interessasse con la semplice condivisione sul mio profilo personale. Arrivarono i primi messaggi privati nella posta della pagina. Erano persone, eravate voi. Mi si chiedevano consigli, mi si chiedeva se la pagina fosse gestita da un vero ipocondriaco e mi si ringraziava. Tutti – me compreso – avevamo trovato un luogo virtuale nel quale parlare delle rispettive paure. Io domandavo aiuto, e così i primi sostenitori. Bastò qualche post in più che toccasse tutti i punti deboli di chi soffre d’ipocondria, e il bacino d’utenza raggiunse i primi 20mila followers. Non ci credevo. Ero convinto, come voi, di essere una mosca bianca in mezzo al nulla, a lamentarmi e cercare conforto per tutte le volte in cui sentivo di morire per un attacco di panico, una paralisi del sonno, un mal di testa o un mal di golaNessuno di noi era solo, non più. La community divenne una grande sala d’attesa, un ironico centro d’ascolto in cui tutti trovavano ristoro quando l’ipocondria diventava ingestibile. Trattare l’ipocondria con ironia, prendersi un po’ in giro e quasi mai sul serio: si trattava di questo.

Nacque il sito Internet e nacquero le prime rubriche: Riflessioni per l’esternazione di cose anche personali, Ipowiki per trattare argomenti più seri sulla base della mia esperienza e Ipostorie (la prima in assoluto) per raccogliere le vostre testimonianze. Ne seguono tante altre, come Ipo in viaggio curata da Betty Senatore di Radio Capital Diario, aggiornata periodicamente con nuovi episodi della vita ipocondriaca degli admin.

Oggi, 17 ottobre 2018 alle ore 14:03 siete 178.539, e sono cambiate tante cose.

Sono arrivati nuovi admin, nati come fan della pagina e oggi autori di nuovi contenuti.

Grazie!

Ora posso dire che morirò in compagnia.

Luca

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