DIARIO | Si sta come d’autunno il raffreddore e le crisi (29 sett 2018)

Caro Diario,

non ero più abituato. Fortunatamente l’estate non è stata torrida come quella del 2017, ma quando al mattino ti svegli e ti ritrovi con la pelle d’oca le cose sono due: o sei vecchio o c’è freddo. No dai, c’è freddo. Me ne accorgo quando esco di casa e la t-shirt non è più sufficiente, perché aghi di temperature che ti paiono polari si conficcano nelle tue membra e mannaggia il Governo sei lì che ti irrigidisci e cerchi il tepore nel timido sole delle 8. Non lo trovi, quindi speri che arrivi l’autobus per portarti via al riparo.

Me ne accorgo quando esco dalla doccia e non sento sollievo, perché cerco subito di coprirmi per non schiattare ibernato. Me ne accorgo quando la passione per i piatti freddi cede il posto a quella per una polenta rovente con funghi porcini e braci ardenti. Me ne accorgo quando non cerco più l’aria condizionata di un supermercato, e soprattutto quando mi tengo lontano dal reparto frigo che prima era la mia oasi.

Me ne accorgo, caro diario, quando c’ho il naso che cola in continuazione perché ho appena fatto dozzine di starnuti per strada, proprio quando devo attraversare o quando incrocio qualcuno. Etcì, e vai di spasmi nasali e sequenze infinite di decompressioni della testa. Me ne accorgo, caro diario, quando il figlio di buona donna che mi si affianca sulla metro starnutisce, si copre con una mano e appoggia quella bastardissima mano sulla sbarra alla quale vorrei tenermi anche io.

Me ne accorgo, caro diario, quando i bambini e gli anziani mi tossiscono vicino, scatenando le loro legioni di batteri contro la mia persona non sapendo che in quel momento potrei cagionare loro la Morte. Perché non morite tutti? Me ne accorgo, caro diario, quando il vento passa attraverso i cassonetti dell’umido e mi si schianta dritto in faccia, sulla mia salute già resa cagionevole ora costretta a respirare i miasmi di qualche carogna decomposta.

Me ne accorgo, infine, caro diario, quando il primo bruciore di gola, il ventottesimo starnuto dell’ora, le ossa cigolanti e il traumatizzante cambio di abiti mi ricorda l’infanzia. No, non quella dei giuochi e dei confetti, né quella delle gare con le Micro Machines, dei tiri al pallone e del Sega Master System II. No. Mi ricorda l’infanzia della febbre a 40°, dello sciroppo che ti fa bene, delle corse dalla pediatra e delle notti in bianco con la tosse.

Sono grande, dici, ma intorno a me c’è sempre la gente. Io mi copro, ho la premura di non fare da untore a persona alcuna. Gli altri no. Starnutiscono senza proteggersi. Tossiscono, sputazzano mentre parlano.

Si sta come d’autunno,

il raffreddore,

le crisi.

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