DIARIO | La mia fobia sociale (12 giu 2018)

Caro diario,

quel pomeriggio avevo fame. Dopo una mattina trascorsa tra autobus, cose, documenti da stampare e consegnare, ancora cose e cose, proprio quando il sole era allo zenit mi si era aperta una voragine nello stomaco. Fortunatamente ero vicino al centro della città e non era difficile trovare punti di ristoro anche per un amante del fast-food come il sottoscritto.

Un panino, una pizza, insomma: qualsiasi cosa che fosse consumabile in poco tempo, senza impicci ma sostanziosa.

Seduto che ero su quel marciapiede, come quando da adolescente giocavo a fare il punkabbestia mentre mi sballavo di ket-oprofene, nimesulide, paracetamolo e sigarette scadenti, ho sollevato lo sguardo e mi si è aperto il paradiso. Pizza al taglio. Proprio ciò che il mio stomaco invocava. Croccante, calda, succosa e saporita. Già masticavo il boccone prima di addentarlo. Una volta raggiunto l’ingresso, però, si è fermato tutto.

La gente.

Il locale semi-pieno e occupato da compagnie più o meno chiassose. I soliti clienti fissi a odore di battute che stazionavano alla cassa. Il viavai dei clienti che portavano via il loro trancio. Altre persone che girovagavano per il locale. La gente. Il chiasso, il rumore e percezioni che si amplificavano. L’attacco, quello che ti paralizza e ti impedisce di fare una scelta, di prendere una decisione. Vado o non vado? Non sapevo. Lì, immobile di fronte all’ingresso sono rimasto per minuti. Può, una pizzeria semi-piena, mettermi una tale ansia da impedirmi ogni movimento?

Una volta riattivate le sinapsi ho fatto dietro-front e sono capitato in un locale simile. Un ampio spazio esterno per i posti a sedere, un discreto spazio interno, più accogliente, per ordinare da mangiare. Consultavo il menu affisso accanto all’ingresso. Poi una voce. «Buongiorno! Oggi abbiamo alcune specialità di stagione». Il cameriere. Di nuovo l’ansia. Mi sentivo braccato, giudicato, osservato e sotto l’attenzione del mondo. «Sto guardando i gusti – avevo risposto – per poi riferirli». Perché giustificarmi per ogni cosa? Per un attimo sono uscito dalla sua visuale e mi sono dileguato.

Niente cibo. L’ansia mi aveva completamente sigillato lo stomaco.

Inappetenza, fiato corto e paura di impazzire. Fobia sociale o misantropia? Entrambe, forse. So solo che ogni volta che mi ritrovo a dover entrare in un posto frequentato da una clientela chiassosa, abbondante e frenetica, getto la spugna. Come quel pomeriggio. Ero passato dalla fame feroce all’inappetenza. Nel momento della paralisi emotiva, ancora di più, mi sentivo osservato. Mi vedono, sanno che sono in difficoltà.

Ora qualcuno riderà di me.

Ora qualcuno riderà di me.

Come credo faccia sempre il mondo.

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