IPO IN VIAGGIO | L’estate, la bellezza e l’entomofobia

Osservare il paesaggio dal finestrino della macchina è solo una blanda anticipazione di quanto ti si presenterà una volta aperta la portiera. Apri, incontri il prato e subito devi tornare dentro, chiudere i finestrini e lasciarti soffocare dalla lamiera dell’auto. L’effetto serra, il sole battente, l’ipoventilazione. No, l’aria condizionata non c’è. Attendi. Lui ti aspetta e vuole ucciderti.

Al Prato di Campoli la natura, letteralmente, ti abbraccia. Il verde e i mille colori, a pochi chilometri dall’Abruzzo, si prostrano al cielo come un tappeto di paradiso incontaminato, spostandosi da uno spettro di verde al rosso più vivo dei fiori liberi di crescere e illuminare lo sguardo. Il profumo si irradia ad ogni debole brezza, investendo chiunque sia così fortunato da trovarsi di lì a passeggiare. Dal momento in cui muovi i primi passi sulla distesa di verde, giallo, rosso e viola, però, arrivano anche gli insetti. Osservi il recinto con la statua della Madonna al centro, ma mentre sollevi il telefono per immortalare l’opera un ronzio che oscilla tra i 3 e i 2000 Hz, grave e minaccioso, ti costringe a una ridicola ritirata. Con uno scatto ti ritrovi fuori dal muretto e ripari, goffamente, dove ricomincia l’asfalto. Ti guardi intorno e ti convinci che qualcuno ti abbia visto, e ti senti stupido.

Ragioni: sei in un luogo meraviglioso, la tua entomofobia non può rovinarti la giornata. Tutte le persone presenti, anch’esse, fanno pic-nic sotto gli occhi curiosi degli insetti, eppure appaiono tutti sereni e composti. No, nessun insetto può ucciderti. Non oggi. Sollevi il capo e scorgi la collinetta. È particolare: spuntoni di roccia la percorrono ad ogni metro, e di sicuro una volta giunto in cima potrai godere di una vista interessante e gravida di emozioni. «Andiamo?», ti chiede lei. Sì, andiamo, rispondi. Sei deciso, sei forte, nessun calabrone si nutrirà di te. Per raggiungere la collinetta percorri qualche metro. Erba alta, fiori, sassi, profumi. Ronzii. Fai un respiro e ti chini per catturare un’istantanea. Il mondo deve vedere.

Un ronzio. Due ronzii.

Corri.

Di nuovo scappi dai fucili spianati che sono i pungiglioni di quei minuscoli esserini volanti. Un attimo di resa e di respiro. Il cuore impazzisce, scoppia nel petto. Il sudore arriva puntuale, il fiato corto e la debole nausea dell’ansia. Guardi il cielo.

Ah, no. Soffri di vertigini al contrario. Le altitudini ti disorientano, se le guardi dal basso. Ma ‘ndo’ vado? Torni lucido, deglutisci e ti dirigi di nuovo verso la collinetta. Un passo, due, dieci, cento. Sei quasi a metà. Un ronzio. Tre ronzii. Basta, devo fermarmi. La paura ti paralizza: non riesci a scendere, non riesci a muoverti. Non puoi metterti in salvo, perché la tua fobia ti domina. Sei una statua minacciata dagli insetti. Vespe, api, calabroni ti stanno addosso e pronunciano la sentenza di morte. Con questi movimenti bruschi li farò innervosire, si sentiranno minacciati e mi pungeranno. Morirai in mezzo alla bellezza della natura incontaminata. Riesci a scendere, piccoli passi. Di nuovo l’erba alta, di nuovo i fiori. Vuoi tornare sull’asfalto. Ti senti una persona finita e miserabile. Più di trent’anni e ancora con le stesse fobie di quando eri un poppante capriccioso. Più di trent’anni e ti rovini una bella giornata, in mezzo alle montagne che dici di adorare tanto. Ora appari agli occhi di lei come un cane bastonato, con la paranoia del fallimento. Ti convinci di essere prossimo a una rappresaglia di quell’esercito di ronzatori. Ti uccideranno prima che tu possa riportare la pelle in salvo.

Poi chini lo sguardo e scopri l’innocenza.

Una coccinella, felice, passeggia tra i fili d’erba. Fili che per lei sono alberi, montagne, avversità. Forse no. Capisci, ora, che vedi tutto avverso perché guardi il mondo con gli occhi dell’ansia, della fobia e dell’ipocondria. La coccinella è un insetto, eppure non ti senti minacciato. Anzi, fai in tempo a scattare una foto per poi lasciarla in pace. Torni sull’asfalto, perché altre coccinelle potrebbero trovarsi sul tuo cammino e morire schiacciate dal tuo peso. Si torna all’auto. Osservi il tuo riflesso sul finestrino che prima hai usato per proteggerti da calabroni e vespe.

La stessa effige di uno stupido uomo, travolto dalla paura e incapace di godersi la bellezza. Una bellezza che infine, quella coccinella, ha saputo insegnare.

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