IPO IN VIAGGIO | Una notte all’aeroporto

Posso dire che, questa volta, il mio disturbo ossessivo compulsivo coniugato con una soverchiante aerofobia è riuscito a superare ogni schema di follia e mania del controllo: avevo il volo alle 8:20 e per evitare di perdere tutte le coincidenze che mi avrebbero portato all’aeroporto ho preferito sostare nella sala d’attesa dalla sera prima.

No, ovviamente all’aeroporto di Ciampino non è possibile accedere dalle 22 alle 4, dunque ho trovato – per mia fortuna – la compagnia e disponibilità di un amico che è rimasto con me fino all’ingresso dei passeggeri. Che ho fatto, dunque, fino a quel momento? Una passeggiata per il centro di Roma, in quelle ore in cui senti tua la città e le sue bellezze. In quelle ore in cui la Fontana di Trevi ospita turisti insonni, giovani con libagioni appresso e quei posti a sedere sui quali – ben si sa – che vi sono residui di saliva, batteri, infezioni, mostri. Mani che vi si sono appoggiate dopo aver evacuato, minto (si dice minto?) senza un’opportuna disinfezione. In pratica: qualcuno ha ben pensato di pisciare e non pulirsi le mani, e ora mi ci siedo sopra senza pensarci. Meglio dire: mi ci siedo e ci penso solo dopo. Per errore poggio un palmo e subito dopo lo inondo di virucida per le mani, ma so che è troppo tardi.

Porca trota, sbarcherò domattina e già sarò preda prediletta della peste bubbonica!

Poche ore dopo sono all’aeroporto e attendo l’apertura del gate. Mi guardo intorno: c’è chi dorme, chi legge, chi chiacchiera energicamente – ma siete fatti di coca per essere così pimpanti e motivati, brutti pezzi di niente? – e mi sento circondato. Starnutite, bravi, siete gentilissimi. Tossite, meravigliosi, siete umanissimi. Ho bisogno di un caffè e followo l’olfatto: ecco, sono in direzione del bar. Avanzo. L’aroma del caffè è inebriante e io mi ci fiondo come un proiettile. Seguo il profumo, arrivo al bancone. Cornetti vegan disponibili, caffè, spremuta. Il barista afferra il mio croissant con un paio di pinze e me lo consegna. Lo afferro, addento, giro il caffè. Mangio, bevo, inghiottisco la spremuta. Vado, grazie, buona giornata.

Non ho disinfettato le mani prima di mangiare. Sono stato alla toilette, prima; ho toccato un pilastro, ho spinto una porta, ho toccato i braccioli dei posti a sedere della sala d’attesa. Ho toccato la mano del banconiere mentre mi dava il resto, ho toccato la vetrina. Ho toccato l’ira di Dio e ora questa mano l’ho messa in bocca per mangiare il croissant. In bocca, miseria infame. Giù per la gola e dritta nel sangue e nello stomaco.

Non ho disinfettato le mani. Il croissant era buono, il caffè e la spremuta ottimi. Ho fallito, però, ogni misura di precauzione: dopo aver toccato il mondo non mi sono disinfettato prima di fare colazione. Doppiamente stupido: sonno e ipocondria hanno guerreggiato e il primo ha avuto la meglio, facendomi dimenticare tutti i rituali che seguo per non morire. Dall’altra parte sono stupido perché continuo a farmi pilotare da questa assurda paura di prendere malattie. Ecco, eppure mentre osservo la gente percepisco una buona percentuale di spensieratezza. Quasi tutti sono felici di partire. Cado nella disperazione. Ho inghiottito batteri malefici durante la colazione e tra poche ore si vedranno i risultati.

Ipocondria, germofobia, aerofobia, disturbo ossessivo compulsivo. Non è questo il viaggio che ho scelto. Trascino il mio trolley e vorrei tanto essere al posto dei panni accuratamente disposti al suo interno.

Nascosto.

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