DIARIO | Ipocondria e superstizione (14 mag 2018)

Caro diario,

sono un appassionato di film horror e lo ben sai (dottor Helmut Alzheimer docet), tanto da trovare oramai noiosa ogni produzione contemporanea. Siano lodati i primi lavori di Dario Argento, l’intera filmografia di Lucio Fulci e quelle stra-maledette pellicole ipnotizzanti di David Lynch.

Sì, va bene, ma quando dal vivo ti ritrovi di fronte a una vera e propria emissaria del Diavolo un po’ di fratture del miocardio, sta’ sicuro, ti vengono. Dannazione. Ho una vita sociale pari a 0 – un po’ per una serie di impegni, un po’ per misantropia, un po’ perché sono volatili miei – e quando metto il naso fuori casa mi piace esplorare finché le gambe me lo consentano.

Era notte e c’era silenzio.

Un amico mi aveva rapito e mi portava per le vie del centro, perché certi luoghi assumono un certo fascino quando è notte. È vero, se non verissimo. Voleva farmi da Cicerone e avevo accettato, perché da buon nictofilo sono sempre curioso di respirare i luoghi quando ormai le tenebre fanno da padrone. Una strada oltremodo larga ci separava dall’accesso a un passaggio che ci avrebbe condotti a un posto interessante. Avevamo deciso di attraversare e ci eravamo trovati di fronte alla vetrata illuminata di una banca che faceva angolo, come una fetta di torta lasciata lì dalla zia generosa. In controluce, dunque di fronte alla vetrata della banca, una silhouette stava ferma come una piccola statua. Si poteva vedere solo la forma, se la si guardava a qualche metro di distanza, perché in controluce si nascondevano letteralmente i tratti di quella strana presenza. Dovevamo passare di lì, dunque ci si avvicinava per poi affiancarla e tirare dritti. Giunti a pochi passi mi ero accorto che si trattava di una donna di colore piuttosto minuta, in abiti etnici e con lo sguardo rivolto verso il basso. Aveva gli occhi chiusi. La pelle d’ebano, con poche rughe, si stagliava nell’atmosfera confondendosi con la notte. Avevo capito che la bassa statura e la pigmentazione la rendevano quasi evanescente. Avevo provato a interrogarmi sul motivo di quel suo stazionare immobile di fronte alle luci della banca, in controluce, ma non erano affari miei e avevo scelto di proseguire per la mia strada.

Poi l’orrore.

Due feritoie bianchissime ed enormi si dischiudevano sul suo viso, sempre di più. Stava aprendo gli occhi e il forte contrasto tra il bianco immacolato dei bulbi e il colore della pelle rendeva tutto più forte. Con uno scatto aveva alzato il capo per rivolgere a noi uno sguardo acceso. Iracondo. Le sopracciglia disegnavano un’occhiata piena di Male. Il tutto si consumava in quella manciata di secondi che io e il mio amico stavamo impiegando per passarle accanto e proseguire per il nostro cammino. Nel frattempo aveva fatto un passetto in avanti e si era messa a tremare. Aveva iniziato, poi, a pronunciare qualche parola incomprensibile. La sua voce aveva il timbro di un violino scordato e fuori tono, stridente, che faceva gelare il sangue. Maledetti!, poi. Maledetti!. Avevamo accelerato il passo ed eravamo spariti dietro l’angolo. Io precedevo il mio amico con un passo svelto e nervoso. Egli rideva, io imprecavo, consapevole di aver perso il controllo per lo spavento. «Non devi aver paura, l’Italia è il paese della superstizione: questi personaggi sono dappertutto ma non sono pericolosi». Vero, verissimo. «Nelle province c’è ancora chi crede al malocchio, e tu ti spaventi se una sconosciuta si presenta così? Sta’ tranquillo, davvero».

Vero, verissimo.

Solo che di lì a poche ore avrei dovuto prendere un aereo. Solo che eravamo in giro per la città. La città è fatta di gente, la gente è fatta di batteri. I batteri si fanno la panza al mio passaggio. Maledetti!, aveva detto la signora minuta, e io contavo ormai le ore per l’infarto che di lì a poco mi avrebbe colpito. La crisi respiratoria, il collasso, lo stato catatonico, la paralisi. Mi sarebbe successo qualcosa, me lo sentivo. Una maledizione che forse meritavo, perché non avevo il diritto di fissare in modo così incuriosito una sconosciuta che, al mio stupido occhio occidentale, appariva strana e addirittura fuori luogo perché immobile di fronte a una banca, in controluce.

Riflettevo: forse aveva bisogno di aiuto o forse fingeva. Da una parte il senso di colpa, dall’altro le manie di persecuzione che mi fanno pensare che ogni bipede sulla Terra voglia prendersi gioco di me. Quella donna aveva sicuramente intuito la mia natura ansiosa e fobica, dunque aveva voluto spaventarmi.

E se, davvero, avesse avuto bisogno di aiuto? Era stato giusto spaventarmi? Sono un idiota, ho cominciato a pensare. Un idiota che schiatta d’ipocondria scambiando un incontro così curioso per una maledizione che manco ai tempi di Giovanna d’Arco. Se da una parte i germi minacciano la mia incolumità, dall’altra ci pensa una donna che dice Maledetti. Un idiota, infine, che ascolta solo le proprie paure e riesce a fare ben poco per il prossimo.

Sono rimasto per tutta la notte con l’idea che qualcosa di terribile mi aspettava. Sono salito su un aereo, poi, e l’aerofobia andava a letto con la paranoia di aver ricevuto una maledizione. Mentre il velivolo sorvolava le nuvole ancora risuonava in me quella voce.

Maledetti!

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