DIARIO | Paracetamore (4 apr 2018)

Caro diario,

succede che per un giorno di tepore mi metto a fare il figo ed esco per qualche minuto dalla biblioteca senza cappotto né scaldacollo. Succede, dunque, che al mattino successivo mi sveglio con un insidioso mal di gola che durante il giorno degenera in dolori ossei, spossatezza, debolezza e sbalzi di temperatura corporea.

Nel mio nuovo domicilio ci sono germi a me sconosciuti, pronti ad attaccarmi per darmi il benvenuto. Ecco, è così.

Una compressa di paracetamolo da 1000, un’altra quando calano le tenebre. Succede, poi, che dall’altra parte della cornetta qualcuno ti capisce.

«Non prendere freddo; oggi stai in casa, non andare in biblioteca; metti via quei jeans e resta in pigiama, devi stare al caldo e rinforzarti».

Succede che scopri di avere un’importanza, di esistere. Te ne accorgi quando hai un malessere digestivo e non devi far altro che sederti e attendere un pasto in bianco, perché «ti fa bene». No, non sei tu questa volta ad avere la premura di viziarla. Esisti, e lei te lo vuole far capire. Allora ti ritrovi ad attendere in abiti comodi, un plaid e un televisore acceso. Arriva il tuo pasto e per un attimo la guardi negli occhi. C’è, è lì. Si siede accanto a te e, insieme, consumate una cena semplice, fatta di carboidrati, spazi, sguardi e sorrisi.

Pensi a quando sei stato solo e da tale dovevi agire. Pensi a quanto possa soffocare la solitudine, quando non è più quella che hai scelto. Pensi che ora non è più così.

Mentre sei assorto in questi pensieri a ritroso senti una mano che si poggia con dolcezza sulla tua guancia. «Va meglio?». Rispondi con un sorriso e tutto può tacere, finalmente. Il tuo organismo ospita quel malessere che ora ti lascerà in pace. Ha finito di rompere e di rovinare le tue giornate. Puoi imbottirti di ogni principio attivo, ma se ti manca quella mano delicata che ti dona una carezza, allora, avrai ancora noie. Se ti manca quel piatto di spaghetti in bianco, quel bicchiere d’acqua poggiato sul tavolino di fronte a te per ridurre al minimo ogni fatica, allora, avrai ancora noie. Se ti manca quello sguardo empatico di chi oggi ha deciso che sarai tu ad essere servito e riverito, allora, avrai ancora noie.

L’organismo non perdona, ma tu perdoni lui. Lo congedi, lo metti a tacere. Ben venga la Tachipirina, ben venga l’Actigrip, ben venga lo zenzero. Ben venga tutto, ma ora hai deciso di accettare quella debolezza che fa breccia, che diventa una feritoia dalla quale lei può osservarti meglio e accudirti. Non hai perso, non questa sera.
Hai vinto, ragazzo. Senti di meritare quella danza di occhiate e sussurri rassicuranti.

Accade tutto da nemmeno un mese, in un tempo che ora si dilata e ora si restringe. Accade quando hai provato ad accettarti: ora puoi ricevere una nuova esistenza. La accogli, la osservi e la fai tua. Velocemente, ardentemente. Nel tuo riflesso non sei più solo, perché mentre ti guardi allo specchio arriva lei per tenderti dei teneri agguati. Ora nessuno sminuisce le tue ansie, le tue paure, le tue paranoie e i tuoi sintomi amplificati dall’ipocondria.

Ora qualcuno le condivide e le comprende. Empatizza, esiste e te lo fa notare. Ora nessuno ti dice che sei fissato. Ora qualcuno si dispiace se hai qualche dolore addominale. Ora qualcuno è lì, ai fornelli, posizione che avevi promesso di occupare tu per fare una sorpresa e una coccola.

Invece no, a lei non importa. Tu non stai bene e lei ti porta un piatto di pasta in bianco. Un filo d’olio, una girata. Tu ringrazi e lo fai in tutti gli idiomi del mondo.

Come non fai nemmeno col paracetamolo.

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