DIARIO | La paura dei mezzi pubblici (12 mar 2018)

Caro diario,

succede che ti devi spostare per la prima volta con la metropolitana e non hai uno straccio di idea di chi ti ritroverai come compagno di viaggio. Maledici la tua provincia, forse, perché non ti ha fatto da palestra alla realtà delle metropoli, che dei trasporti sotterranei fanno una loro peculiarità.

Sei solo e da solo devi far andare le gambine e la testa. Poco male, nessuno muore per un fai-da-te.

Corri giù per le scale con i Depeche Mode in cuffia e ti fiondi sulla biglietteria. Non sai cosa chiedere: “Una corsa / Un biglietto per una corsa / Un biglietto per la metro / Uno”. Ti precede un ragazzone e sai che dovrai ascoltare ciò che dice lui. No, non dice niente, il merlo. Lancia due monete al commerciante e questi gli rifila un ticket. No, tu non lanci monete ai commercianti: tu parli. Opti per “Una corsa” e ricevi il tuo biglietto.

Fatto, ora il secondo step: il viaggio.

Ti disponi accuratamente dietro la linea gialla e osservi i passeggeri in attesa. Vedi la ragazza che pigia con pacatezza sul touch del suo iPhone, l’impiegato che si guarda intorno, la sorella maggiore col fratellino saltellante accanto, il turista con il suo trolley, lo sportivo con il suo borse tirato sulla spalla che resta indifferente a tutto.

Tu, invece, sei il pirla che se la fa sotto.

Pensi alla calca, alle sbarre piene di germi, alla velocità con la quale devi salire a bordo, agli sconosciuti che ti circondano, ai pericoli delle grandi città. Pensi che troverai lo stronzo che starnutirà e/o tossirà a pochi metri da te senza proteggersi il muso, irradiando ogni tipo di infezione che ti raggiungerà come un dardo. Ora sei a bordo e devi proteggerti. Attaccato alla sbarra che quasi diventi un’edera. Ti guardi intorno come una vedetta e ogni tanto palpi giacca e jeans per controllare di avere tutto con te.

La tizia tossisce. Il signore starnutisce e poggia le mani sui maniglioni. Guardi in alto e controlli le fermate. Ancora tre, troppe.

Arrivi alla stazione successiva e salgono altre persone. Le osservi tutte e proietti lo sguardo in profondità. Trovi il ragazzaccio che ti guarda e decidi di sfidarlo. Lo fissi. “Non mi fai paura”, pensi, anche se menti. La tizia tossisce ancora. Pensi che quella sbarra alla quale ti sei avvinghiato ha ospitato altre mani, magari reduci da deiezioni non igienizzate. Ecco perché ti avvinghi sfruttando la manica del cappotto, evitando il contatto tra il metallo e la pelle.

Sei arrivato, puoi scendere. Ti schianti all’esterno come un proiettile e prendi le scale mobili. Aria, fuori. Cielo, libertà, respiro. Ossigeno. Chiudi gli occhi, quasi in uno stato di beatitudine. È finita, sei salvo. Sei fuori dalla metro, sei all’aria aperta.

E sei un povero imbecille. Tutti prendono la metro tutti i giorni e tu te la fai sotto. Ti mette ansia ciò che dovrai dire in biglietteria, ti spaventa la gente, ti mette terrore l’arredamento infetto del mezzo pubblico. Cretino. Allora ti scappa un sorriso di scherno, è ciò che meriti. Ritrovi un istante di complicità con te stesso.

Poi un suono.
Di nuovo lei, la tizia che starnutisce. Di fronte a te, ti passa davanti e starnutisce.
Di fronte a te.
Mannaggia a te e al tuo parentado.

Torni morente e un solo pensiero si insinua: le ore di incubazione.

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