DIARIO | La paura dell’aereo (9 mar 2018)

Caro diario,

una volta sceso dalla macchina mi sono fermato a guardare l’imponente facciata dell’aeroporto. La testa, infettata da un DOC e da un’ansia che quella mattina martellavano le pareti cerebrali come un cantiere rumoroso, si è subito messa al lavoro: entrare dalla porta scorrevole, prendere un caffè, controllare di essere in possesso di titolo di viaggio e documenti e osservare i tabelloni.

L’aereo. Il mezzo di trasporto che ho sempre evitato più di ogni altra cosa al mondo. Un oggetto che ti tiene sospeso per aria, sfidando la gravità dentro una cabina chiusa e gravida di persone. Quella cosa che non ha scialuppe né ganci da traino, né ruote di scorta.

Quella cosa che sta sulle nuvole o sulla terra.

Ecco, ho fumato l’ultima sigaretta prima del volo. È tempo di andare al gate. Persone. Tutti apparentemente tranquilli. L’imbarco, ineluttabile. Un’ultima occhiata al telefono, poi lo spegnimento. Il trolley trascinato fino alla stiva, poi in cabina.

Okay. Ho respirato. Ho trovato il mio posto e ho ringraziato il cielo di non trovarmi attaccato al finestrino. Le porte si sono chiuse e una bambina – stramaledetto scricciolo inutile che non fa PIL, t’ammazzo – ha riferito alla mamma: «Si muove in modo strano, e se cade?». Ho sospirato e ho reclinato il capo fino a sbattere con forza e nervosismo sul poggiatesta. L’aereo ha preso velocità e ho atteso quello schianto di panico che arriva quando le ruote si separano dall’asfalto.

Il decollo. L’anima che si disgiunge dall’ancoraggio delle ossa e si sposta verso la testa, creando quel vuoto cosmico che diventa una voragine dell’apparato digerente. Vampate. Fiato corto. Ho chiuso gli occhi e ho puntato sull’autocontrollo.

Bruce Dickinson, Robert Smith, Kurt Cobain, Jim Morrison, Paul McCartney, Michael Jackson, Maynard James Keenan, Ian Curtis, Billy Corgan… insomma, qualcuno di voi mi aiuti!

Occhi chiusi finché il velivolo non prende quota. Ho pensato di mettere gli steward al corrente del mio forte stato d’ansia, ma proferire parola quando non hai fiato è un’impresa inumana. Impossibile. Me lo tengo e attendo questa maledetta ora di tragitto. Ho osservato l’equipaggio e gli altri passeggeri. La loro serenità ha fatto un po’ da repellente per la paura. Tranquilli loro, tranquilli tutti.

Tranne me.

Poi la discesa. L’atterraggio. Tutto è trascorso velocemente seppur in un tempo indefinito e ovattato. Vedo le case, vedo la civiltà. Vedo la pista. Ci siamo. Atterra, cazzo! Il leggero impatto e finalmente ho toccato la terraferma. Hanno applaudito. La mamma della bambina stronza si è lamentata: «Ma perché? L’applauso a che serve? Che senso ha?»

Che senso ha? Io non solo faccio l’applauso al pilota. Io ora mi alzo e vado ad abbracciarlo. Io ora mi vado a inginocchiare nella cabina di comando. Anzi, se mi gira ci faccio pure petting e gli chiedo di sposarmi! Altro che baciare la terra sulla quale sono approdato. Io bacio il pilota, il copilota, gli steward.

Faccio pure una carezza alla bambina che mi ha messo panico dall’inizio del viaggio. Le voglio bene, nonostante tutto. Sono vivo. Le darei due sberle, ma sono vivo. Mi basta.

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