DIARIO | Degenza (20 gen 2018)

diario luca gennaio 2018 degenze

Caro diario,

mentre le fotocellule aprono le porte d’ingresso al mio passaggio, mi sento come dentro un piano sequenza di Lars Von Trier o Gus Van Sant. Inquadrato di spalle con proporzione in 16:9, all’ospedale cammino e c’è silenzio, nonostante il vociare delle altre persone che incrociano il mio cammino. Entro e infilo l’ascensore.

Reparto di Medicina, 12esimo piano.

Cospargo le mie mani di Amuchina e tengo lo sguardo sul pavimento.

“Occhi bassi quando cammini. Dentro ai piedi che tesoro hai?”

Ogni tanto la salita fa una sosta. Vedo persone rinunciare a salire. Spazio saturo. Qualcuno tossisce e rimbocco lo scaldacollo sul mio muso. Non attaccatemi nulla, devo restare sano. Devo resistere, devo esserci. Si aprono le porte ed esco fuori come un proiettile. Le mani in tasca, la cuffia sulla testa e la borsa pendente sulla mia anca destra. Ancora il capo chino. La mia tenuta total-black dovrebbe garantirmi un anonimato, ma incrocio persone che interrompono i loro discorsi al mio passaggio. Perché? Forse notano il contrasto tra la mia carnagione chiara e il nero degli indumenti. Arrivo nella sala d’attesa. Mi libero dal giubbotto e dallo scaldacollo, mi siedo.

Tra un quarto d’ora iniziano le visite ai degenti. Tra questi ultimi c’è mia madre. Di nuovo, come anni fa. Viaggi lunghi, tutti i giorni, mi separano da lei. Nonostante la distanza arrivo sempre in anticipo, per non perdere nemmeno un minuto dell’orario stabilito. Osservo gli altri parenti in attesa. C’è chi osserva il telefono, c’è chi sbuffa. C’è chi parla, chi legge. C’è quel viso grazioso che nota la mia attenzione. Si volta verso di me e distolgo lo sguardo. Timido.

È ora. Il lungo corridoio è fatto di infermieri che fanno lo slalom lungo la fila di parenti che lentamente avanzano lungo le stanze. Non sbircio altrove. Punto dritto verso il mio traguardo. Sono a pochi metri dalla porta. Mi fermo.

Un dispenser di disinfettante per mani mi accoglie e ne faccio uso. Devo arrivare da lei completamente disinfettato. Faccio capolino e la vedo. Le stringo la mano, le do un bacio sulla fronte e le parlo. Lei ride, mi risponde. Arrivano i pensieri. Arriva il senso di impotenza, la consapevolezza di non avere i superpoteri che con uno schiocco di dita le consentirebbero di tornare a casa. So che non ha nulla di grave, so che si tratta solamente di attendere che le vengano fatti tutti i controlli. Come ogni giorno la saluterò, lascerò la sua stanza e ripeterò tutta la sequenza iniziale a ritroso. Ora sì, mi sento ridicolo. Passo le giornate a spaventarmi per un dolore intercostale, un mal di testa, una macchia sulla pelle e una palpebra che pulsa.

Ora passo le giornate a contare le ore che mi separano dall’orario delle visite. Riconosco quali sono le priorità. Riconosco la mia tensione, quando corro da una parte all’altra per incastrare i doveri: la spesa, le pulizie, il lavoro. Tutto concentrato in tempi ristretti. Ogni tanto arriva il calo di pressione a segnalarmi che ho bisogno di riposo. No, non mi importa. Penso tutto questo mentre percorro il corridoio per andare via. Di nuovo Gus Van Sant e Lars Von Trier mi inquadrano di spalle. Tutto ciò che si trova davanti a me è fuori fuoco. I microfoni catturano il mio respiro, i miei passi, il rumore di strofinamento dei vestiti. Forse anche i battiti del cuore.

Catturano anche i miei sospiri, mentre con la macchina faccio ritorno a casa. Catturano il silenzio, soprattutto, quando la notte già conto le ore che mancano al prossimo viaggio.

Non è niente di grave, lo so. Ma c’è silenzio. Troppo.

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