DIARIO | L’attacco di panico in mezzo alla strada (16 ott 2017)

attacco panico per strada

«Il timor mortis è un brutto affare».

Con queste parole Sara Tamburini – alla quale avevo rilasciato un’intervista per La Voce d’Italia – oggi commentava la condizione dell’ansioso ipocondriaco. Sì, perché le raccontavo che stamane avevo avuto un attacco di panico poco dopo esser uscito dall’Ufficio Postale.

Sarebbe stata una normale mattina, con pochi utenti in attesa prima di me, un solo sportello aperto ma un incedere fluido e pacato del ritmo. Terminata la mia operazione ho lasciato l’ufficio e ho incontrato l’aria di questo strano ottobre, nostalgico forse, ma tiepido quel tanto che basta a non congelare le membra prima del tempo. Erano le 11 di mattina e mi avviavo verso casa. Ho attraversato la strada principale, ringraziando gli autisti che si fermavano per lasciarmi passare sulle strisce pedonali, e ho imboccato un vicolo stretto. Sì, quelle capillari stradine che solo i paesi di provincia ci fanno conoscere. Una scorciatoia che mi lasciava tagliare a metà il percorso. Avanzavo con il mio consueto passo svelto.

Poi, eccolo.

Uno spettro mi tallonava, furtivo. Indossava un lungo saio nero, camminava dondolandosi e barcollava come un folle incubo. Non aveva occhi, solamente un ghigno immobile e tetro, disegnato su quella pelle grigia e morta. Eccolo, il panico pronto ad attaccarmi. Non avevo fatto in tempo a voltarmi per sorprenderlo che già aveva preso possesso del mio controllo. Iniziava con un piccolo, subdolo, intacco sul respiro che si era già fatto corto. Poi un peso sul petto. Una forza inumana abbracciava il mio torace e stringeva, insinuandosi fino alla gola e facendomi cadere in un pallore che avrebbe spaventato anche il mio riflesso. Le gambe, poi, iniziavano a cedere e a perdere equilibrio.

Ero ancora a metà strada e mi sentivo morire.

L’infarto, l’esplosione del cuore e dei pensieri. Sì, pensavo all’infarto. Di lì a poco sarei crollato inerme, su quella stradina irregolare. Solo. Poi le fitte alla testa, il pulsare delle tempie e le vampate infernali che percorrevano ogni arto. Dritte sui nervi, come dardi al veleno. Insistenti, martellanti. 34 anni e andarmene così, mentre esco dall’ufficio, senza un perché. No, Luca, è il solito attacco di panico, dovresti averci fatto l’abitudine. No. Mai.

Rumori che si amplificavano. Tutto diventava disturbante, dal cane che mi abbaiava contro da dietro un cancello ai clacson delle automobili che mi lasciavo alle spalle. Pure i battiti del miocardio impazzito si facevano sentire, in quel turbine di paura. Suoni che facevano male alla mia ricerca di un nuovo controllo. Suoni che diventavano rumori dal forte riverbero, dal forte ritorno. No, non poteva vincere. Non oggi, non quello spettro. Appoggiandomi al muro provavo a riprendere ciò che era mio: l’aria, lo sguardo, il terreno sotto i piedi. Barcollavo, ansimavo. Da qualche anno ho imparato ad usare il diaframma, era dunque il momento di fare un tentativo.

Qualche lungo respiro, gli occhi chiusi, la speranza che non mi vedesse nessuno. Perché no, non vorrei mai essere notato quando lui arriva. Non devono notarmi, perché sennò notano lui. Lui è cosa mia, non il contrario. Non sono io ad essere suo. Un respiro, il ventre gonfio, poi fuori. Un secondo respiro, il ventre gonfio, poi di nuovo fuori.

Ero arrivato a casa. Un’altra volta. Gli strascichi si erano protratti per qualche ora, ma avevo vinto. Un’altra volta. Fino alla successiva.

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