INTERVISTE | La studentessa di Medicina ipocondriaca

intervista studentessa medicina ipocondriaca

Trovare un’aula totalmente deserta, con tutti i posti a disposizione e il riverbero del sole che picchia violentemente sullo sguardo, lo confesso, è piacevole. Un po’ meno se in controluce scorgi il pulviscolo che ti fa ricordare che sei un ipocondriaco che in quel momento si trova al di fuori del proprio focolare domestico, in un luogo nel quale non ha il controllo degli equilibri e delle cose.

Non dimentichi, inoltre, di essere un maledetto vizioso del disturbo ossessivo compulsivo e che in quel momento i tuoi rituali devono interrompersi. Specie se, dal corridoio, senti arrivare dei passi svelti che echeggiano in lontananza e che si approssimano a quella sede, quei metri quadrati nei quali hai sistemato il tuo smartphone pronto a registrare la conversazione che si terrà. La porta si apre e irrompe lei, affannata e già stanca. Scherzosamente le fai un saluto militare e le risate arrivano di getto. «Tra poco mi verrà un infarto», ti dice, e sai che l’intervista sta già cominciando bene. Pesanti volumi si appoggiano sul tavolo. In cima a tutti leggo “Semeiotica Medica, Metodologia Clinica – Ranuccio Nuti”. Una volta raggiunta la reciproca comodità, entri nell’antipatico ruolo di chi è lì per fare domande. Non le chiedi come stia, perché già lo sai. È ipocondriaca. Può un ipocondriaco risponderti che sta bene?

Perché un’ipocondriaca sceglie di studiare Medicina?

Non lo sono sempre stata. L’ipocondria è arrivata dopo 4 mesi dall’inizio degli studi. In quel momento capisci di essere grande, dunque a pensare di più alle malattie, ad essere più vulnerabile nei rapporti personali, a sentire tutti i cambiamenti che lo studio fuori sede comporta e, soprattutto, al peso delle responsabilità. Al primo anno, poi, si studiano principalmente la conoscenza delle malattie e i processi biologici di base. Per rispondere alla domanda: essendo libera dall’ipocondria, prima di iscrivermi, ho scelto Medicina per passione.

Dunque, quali sono stati allora i primi sintomi dell’ipocondria?

Arrivarono durante una lezione di Statistica. Il docente fece l’esempio di una donna che durante la notte aveva cominciato ad accusare dei sintomi. Dopo gli accertamenti le diagnosticarono una brutta malattia. In quel momento non sentii subito il panico, ma forse già l’inconscio aveva cominciato a giocare sporco. Una volta terminata la lezione andai verso casa e nel tragitto incontrai un’autoemoteca dell’AVIS. Mi chiesero se volessi donare il sangue, ma non mi sentivo in forma, dunque preferii dire di no. Ne approfittai, però, per farmi controllare l’emoglobina. Dai risultati venne fuori che avevo l’emoglobina bassa e il mio cervello mi convinse del fatto che fossi anemica e che altri sintomi si sarebbero presentati. Decisi di fare le analisi, e i risultati erano buoni. Il mio medico di base mi spiegò che le autoemoteche possono avere una taratura diversa, per questo la mia emoglobina era risultata bassa. Non mi bastò e arrivarono i dolori. Feci l’errore di cercare riscontri su Internet e mi autodiagnosticai la Sclerosi Multipla. Restai con questo chiodo fisso per dei mesi.

Preparare un esame del corso di Medicina, per un’ipocondriaca, può diventare una sfida – oltre al superamento della prova – anche contro le proprie paure?

Sì. Ci sono due modi per affrontare un esame, e mi è capitato di usarli entrambi. Il primo è quello del rifiuto, che ti fa passare in rassegna tutto il materiale tutto d’un fiato per la paura dell’argomento, evitando di soffermarti su dettagli che potrebbero portarti a nuove fissazioni. Il secondo, invece, è quello che applico di più: accettare la sfida. Riesco a dirmi che dopo quell’esame saprò più cose che scardineranno quella parte ignorante di me verso le malattie e che mi faranno conoscere i reali sintomi, permettendomi di differenziarli e di farmi capire che non siamo così vulnerabili come noi ipocondriaci pensiamo di essere. Sì, dunque. Può diventare una vera e propria sfida con le proprie paure, se si decide di prenderla come tale.

Qual è l’esame che una studentessa ipocondriaca teme più in assoluto, a prescindere dalla difficoltà?

In generale, quelli in cui si studiano le malattie con i sintomi. Ti dirò: io adesso sto preparando Metodologia Clinico-Chirurgica, altrimenti detta Semeiotica. Praticamente si imparano tutti i segni e sintomi delle malattie, dunque come distinguerle all’esame obiettivo; come, per esempio, fare l’esame obiettivo della tiroide, della mammella, dei linfonodi per cercare eventuali cause patologiche. Poi, ovviamente – e lo dice anche il nome dell’esame – Patologia. Con questo, chiaramente, vai a studiare tutto ciò che è alla base delle malattie. Questi sono i due che io, ipocondriaca, temo di più. Ecco, ti dirò che Semeiotica è illuminante. Mi aiuta a capire l’origine psichica dei miei disturbi, anziché mandarmi in paranoia.

Fra gli studenti di Medicina, l’ipocondria è un fenomeno diffuso?

Molto, sì. Pensa che esiste la sindrome dello studente, per la quale ci si sente addosso la malattia che in quel momento si sta studiando.

Tornando indietro sceglieresti di nuovo Medicina?

Sì, sempre. Nonostante tutto.

Prima mi hai parlato dei due diversi approcci allo studio. Sul secondo – quello che ti permette di affrontare un esame nella coscienza che andrai ad arricchire le tue conoscenze – pensi sia il caso di dire, secondo te, che studiare Medicina potrebbe esser visto, almeno una volta, come uno studio del corpo umano prima dello studio delle malattie?

Certo, non puoi capire le malattie senza una conoscenza meticolosa del corpo umano.

Conosci qualche ipocondriaco che frequenta il tuo stesso corso?

Nel mio corso no, non ho incontrato ipocondriaci veri e propri. Posso dire, però, che tutti i miei amici, man mano che studiano le malattie si convincono di averle. Tuttavia moltissimi miei colleghi fanno parte della pagina Facebook Lo studente di medicina ipocondriaco, quindi è un fenomeno molto diffuso.

Diventerai un medico, un giorno, e avrai tutte le conoscenze sulle cose che ora ti fanno paura. Saprai riconoscerle, insomma. La cosa ti entusiasma o ti terrorizza?

Entrambe. Mi entusiasma perché riconoscerei l’innocenza di alcuni sintomi e la loro origine psichica , allo stesso tempo mi terrorizza l’idea di comprendere segni infausti e interpretare, ad esempio, le mie analisi del sangue nel caso in cui ci dovesse essere qualcosa di negativo. Non potrei mentire a me stessa o addolcire il colpo in qualche modo, come il medico dovrebbe fare con i pazienti.

Cosa consiglieresti agli ipocondriaci che vorrebbero, come te, intraprendere un percorso di studi in Medicina?

Consiglierei di prenderla come una “missione”, una sfida con se stessi. Naturalmente, dipende dalla passione che si ha per la Medicina. Se è profonda e radicata non c’è ipocondria che tenga, fatelo! Affrontate le paure per vivere appieno un percorso che richiede tanti sacrifici, ma che ripaga di tutto.

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