DIARIO | Al Centro Analisi (9 ott 2017)

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Caro diario,

L’indecisione è iniziata non appena ho aperto gli occhi. La sveglia alle 7 e quegli interminabili primi minuti trascorsi a fissare il soffitto. “Vado? Non vado? Vado domani?”

Vado.

Sollevare con fatica le coperte, igienizzarmi e indossare abiti pesanti. E no, questa cosa che devo restare digiuno un po’ non la tollero, ma accade una volta ogni tanto e non muore nessuno. Tranne me, dettagli. Sedersi in macchina e imboccare la strada, con la mente ancora assopita e i primi sensi che si fanno strada con la luce del giorno. Visualizzare la ricerca del parcheggio, l’ingresso con quegli odori tipici del Poliambulatorio, le scale e l’accesso allo sportello per consegnare l’impegnativa. Tutto tipico, tutto uguale.

Arrivare a destinazione e pochi minuti dopo ritrovarsi al centro di una fila fatta di persone ammassate sull’ingresso della sala d’attesa. C’è chi tossisce, chi starnutisce e chi sbuffa indispettito. In pochi pareranno il loro bombardamento di germi portandosi una mano sulla bocca. In pochi. Fiati che investono il viso. Portare lo sguardo sui biglietti numerati che decreteranno il turno. Farsi largo e allungare una mano per strappare il numero. «Chi ci ha messo le mani prima di me?». Rimettersi in fila. Sentire i primi morsi della fame che, questa mattina, va a braccetto con l’ansia, con quella maldestra consapevolezza di trovarsi in un luogo pubblico e affollato, con tante persone intorno, talmente congestionate da togliere il fiato.

Desiderare di urlare: «Sono ipocondriaco, non state addosso, vi prego! Coprite con una mano i vostri colpi di tosse, i vostri starnuti! Proteggete chi avete intorno!». Arrivare a sentirsi ridicoli, realizzando che fra i presenti vi è qualcuno che di sicuro ha una qualche patologia grave. Ritrovarsi lì ad aver paura di tutto pur non avendo niente. Forse. A pochi passi quella signora che fatica a muoversi, quel ragazzo dallo strano colorito, quel signore curvo e dal respiro corto. Ritrovarsi lì, in mezzo a persone con evidenti problemi, e sentirsi morire lo stesso.

«Mi toglieranno il sangue e le energie. Mi alzerò da quella sedia e sverrò davanti a tutti».

Poi arriva il turno. Entrare nel laboratorio e accedere a una stanza dove già un’anziana sta per terminare. Sollevarsi una manica, rispondere a qualche domanda e iniziare. Non ho paura degli aghi, né delle punture in generale. Ho tante paure, ma non quella degli aghi. Mai avuto paura di un prelievo e questo mi dà forza. Almeno in qualcosa trovo coraggio. Vorrei non guardare, ma non mi impressiona. Sento quel pizzico dell’ago che entra nella mia vena. Si comincia.

«Di nuovo, ogni volta è così. Perché il mio sangue ha questo colore? Perché? E soprattutto… perché me lo chiedo ogni volta?»

Corro a fare colazione e corro a casa. Resta l’angoscia: i tempi di attesa per il ritiro del referto. Pochi giorni che sembreranno infiniti. Resta un’altra angoscia: il giorno in cui siederò di fronte al mio medico di base per portargli i risultati.

Resta un’altra, subdola e tremenda angoscia. Perché tutto questo? Perché non smetto di essere così?

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