IPOWIKI | Caparezza e l’acufene

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Questo 15 settembre usciva l’ultimo album di Michele Salvemini, in arte Caparezza, dal titolo “Prisoner 709”.

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Il cantautore pugliese in diverse interviste ci spiega il significato che riportiamo qua sotto:

709, ovvero Michele (7 lettere) o Caparezza (9 lettere).

Prisoner indica una prigione che da oltre due anni gli attanaglia la mente: l’acufene. Quest’ultimo è l’argomento dell’album. Un intero viaggio dentro la testa di Caparezza, fra follia e genio, tra dolore e sentimento. Un album molto più personale rispetto ai precedenti, che ha lasciato i fan tanto sorpresi quanto estasiati. Una canzone in particolare parla della sua malattia. Prima di parlarne, però, descriviamo cosa sono gli acufeni.

Citando Wikipedia: «un acufene, in medicina, è un disturbo uditivo costituito da rumori (come fischi, ronzii, fruscii, pulsazioni ecc.) che l’orecchio percepisce come fastidiosi a tal punto da influire sulla qualità della vita del soggetto che ne è affetto». In pratica un suono che costantemente echeggia nelle orecchie, spesso portando allo stremo delle forze le vittime. Caparezza non si è dato per vinto e ha usato la rabbia e il dolore come leva per non sprofondare. È riemerso, quindi, con un album che in una settimana ha conquistato un disco d’oro e diverse milioni di visualizzazioni su YouTube. Ma a Caparezza non interessa questo, citando una sua canzone “voglio scrivere un testo che tocchi la vetta del Kilimangiaro e non di Spotify”. Facile intuire che fama e gloria sono secondari per lui. L’importante è stare bene con se stessi, e riuscire a sollevarsi sempre, anche se una malattia come l’acufene ti tira giù.

Ora passiamo all’album, più precisamente ad una canzone, Larsen.

Una canzone che esprime tutto il dolore che Michele prova, ma anche la rassegnazione. Infatti per adesso non ci sono cure per l’acufene. Tante sperimentazioni ma niente di sicuro.

Riporto qua sotto un pezzo di testo dove parla di questo:

“Mi rivolsi ad uno specialista
Che mi disse c’è una sola cura
Come prima cosa nella lista
Parla con l’orecchio, chiedi scusa
Poi compresse, flebo doppie
RM, ecodoppler
Ecodiete, ecatombe
Larsen indenne, era stalker”

Una cosa che hanno in comune tutte le persone che soffrono di questa malattia è la paura di non essere compresi. Essendo una cosa che senti solo te, ti spaventa. Un altro passaggio della malattia che Caparezza vuole far notare è come non si riesce più a vivere come prima. Non sono bravo a spiegare la sensazione, quindi vi lascio di seguito le sue parole.

“So che significa stare in un cinema con la voglia di andarsene
Contro Larsen, l’arsenale
Non pensavo m’andasse male
Solo chi ce l’ha comprende quello che sento nel senso letterale
E poi non mi concentro, mi stanca
Sto invocando pietà, Larsen
Il suono del silenzio a me manca
Più che a Simon e Garfunkel
Nel cervello c’è Tom Morello che mi manda feedback”

Un incubo. Ma come Michele da anni ci insegna, per rialzarsi è fondamentale anche il sorriso. E lui ha imparato a riderci sopra, a prenderla con più “leggerezza”. Durante le interviste in radio, ad esempio, è sempre riuscito a descrivere questa prigione, non come una pena, ma come un’opportunità. Come una sfida da superare. Fra genio e ironia, vi lascio una frase che mi ha fatto impazzire.

“Ho visto più medici in un anno
Che Firenze nel Rinascimento”

Mentre ci avviciniamo alla fine, analizziamo il ritornello.

“Fischia l’orecchio infuria l’acufene
Nella testa vuvuzela mica l’ukulele
La mia resistenza è quella zulu, cede
Se arriva Larsen te lo devi tenere”

Qua Michele fa riferimento ad un evento storico sconosciuto a molti.
La guerra Anglo-Zulu del 1879. Gli inglesi, nonostante in minoranza, vinsero facilmente la guerra, sottraendo i possedimenti Zulu e togliendo loro l’indipendenza.

Per concludere vorrei parlare non del testo, ma della musicalità e degli strumenti.
La base di “Larsen” può essere definita malinconica, dato l’argomento, ma Michele anche qua non smette di stupirci. Al minuto 3.42 è possibile ascoltare lo splendido assolo di tromba del musicista Giovanni Nicosia dove Caparezza ha provato a replicare il suono che sente nelle sue orecchie. Un finale molto toccante, che riesce a commuovere. Un finale che ti butta addosso la malinconia e la tristezza che la canzone emana durante tutta la sua durata.

Caparezza, con questo album, ha dato prova della sua forza, e non posso far altro che complimentarmi per il capolavoro, ha tirato fuori un album che merita di essere ascoltato.
Un abbraccio a Michele.

“Hai voluto il Rock? Ora tienilo!
Fino alla fine”

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