RIFLESSIONI | L’ansia e l’ipocondria delle grandi occasioni

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Una costante ha sempre accompagnato gli appuntamenti importanti della mia vita: l’ansia.
Siccome le cose facili non mi piacciono, nel corso del tempo l’ansia ha pensato di farsi accompagnare dall’ipocondria.
Fin dall’infanzia quando dovevo fare qualcosa di “importante” mi ritrovavo immerso in una brodaglia di ansia, di sfiga, di ipocondria.

Primo appuntamento “importante”: l’esame di quinta elementare. A scuola andavo bene, le maestre mi adoravano, alle interrogazioni andavo sempre tranquillo.
Due giorni prima dell’esame, a causa dell’ansia (era lei, perché le analisi che mi fece fare il pediatra risultarono ovviamente pulite), una colonia di afte decise di stabilirsi nella mia bocca.
Ne avevo talmente tante da non riuscire a mangiare. Tre giorni di digiuno, rimandai pure la cena di compleanno organizzata con la mia classe, altrimenti a tavola avrei dovuto guardarli in bocca. Feci l’esame in quelle condizioni e con il terrore di ammalarmi e di doverlo sostenere da solo.
Che schifo.

Secondo appuntamento: esame di terza media. Avevo tolto il gesso al braccio pochi giorni prima dopo una brutta frattura. Stavo facendo riabilitazione ma lo muovevo bene. Siccome le cose facili non mi piacciono, mi ero rotto il destro, quello con cui scrivo.
Passai i giorni prima dell’esame con la paura di avere dolore. Non avevo dolore. Ovviamente il dolore mi venne durante il tema, dopo che mi ero portato la fobia dietro per tutta la settimana. Risultato? Il mio tema pareva in geroglifico.

Terzo appuntamento: la maturità. Cinque anni di sacrifici, di risultati eccellenti, preoccupazioni prossime allo zero. Studio impegnativo prima degli esami, ero preparatissimo.
Tutto vanificato, risultato molto inferiore alle aspettative. Perché? Per l’ansia. Mi venne un mal di testa atroce durante la seconda prova, ovviamente pensai al peggio e non ne imboccai una.

Quarto appuntamento: la prima cotta seria. Mesi di corteggiamento, messaggi, chiamate. Alla fine le strappo un sì per una pizza insieme.
Alla tensione già giustamente esistente in questi casi si aggiunge la tensione negativa. Tachicardia per tutta la sera, sudore freddo, pallore. Non sapevo come giustificarmi, fortunatamente non ce ne fu bisogno, riuscii a nascondere tutto. Ma una serata che doveva essere piena di belle sensazioni si trasformò in una serata di angina pectoris.
Forse di un infarto imminente, fate voi.

Quinto appuntamento: il primo colloquio di lavoro. Mi presentai vestito bene, con la cravatta. Aspettai il mio turno in una piccola sala. Mi mancava quasi il respiro, deglutivo a malapena, avevo la salivazione a zero. “Eccoci -pensai – una bella embolia polmonare e tanti saluti”.
Durante il colloquio forse diventai paonazzo, mi chiesero pure se volessi un bicchiere d’acqua… ma sarebbe servita una tanica di Xanax.

Potrei raccontarne anche altre, perché più diventano importanti gli appuntamenti e più il tutto si amplificava.
E ora? Niente, ho dovuto lavorare molto su questo aspetto.
Perché non è possibile che momenti unici, dolci e melliflui debbano trasformarsi in un calvario e nell’ingestione di qualcosa di amaro come il fiele per colpa degli strani giri del cervello.

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