SOTTOPELLE | La paura dei camici bianchi

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Alzi la mano chi da bambino non ha mai avuto paura di niente.

Io non posso alzarla, perché non ero esattamente un esempio di coraggio. Ero timido, parlavo poco con i miei coetanei, avevo una cerchia ristretta di amici e difficilmente mi staccavo da loro; però non ero asociale, giocavo con tutti, specialmente se vedevo un pallone. Qualche volta evitavo nuove conoscenze dopo aver osservato i soggetti; se li ritenevo troppo spericolati preferivo rimanere a distanza. Non mi piacevano quelli che “trasgredivano”, quelli che facevano i bulli con gli altri ragazzini e nemmeno quelli che si trovavano in mezzo ad un’azzuffata ogni giorno (ma su tutto questo sarei cambiato con il passar degli anni). Semplicemente non avevo il coraggio di fare tante cose che gli altri facevano, anche se a quell’età sono normali; alla fine, da bambini, si è anche incoscienti ed è giusto così. Nonostante tutto questo, devo dire di non aver mai avuto a che fare con una paura comune un po’ a tutti i bambini: la paura del buio. Dormivo tranquillamente con la luce spenta, non mi impressionavo e non avevo nessun timore.

La mia paura più grande era quella per i camici bianchi.

Sì, avete capito bene: i camici. Non intendo i dottori, dico proprio i camici. In quel periodo non ero ipocondriaco, ma evidentemente già manifestavo una predisposizione all’ipocondria; non avevo paura della febbre, della tosse, del raffreddore, delle cadute dalla bicicletta, delle testate che prendevo, ma ero restio a farmi visitare. Il mio pediatra, in occasione delle visite, annotava spesso sul mio libretto queste parole: “Va bene. Peso regolare, altezza regolare. No malattie di rilievo recenti; sviluppo fisico regolare. Crisi di panico durante controllo orecchie/gola e in auscultazione posteriore.”
Era una cosa più forte di me; quando mi facevano sdraiare sul lettino per auscultarmi il torace o per toccare l’addome non facevo nessuna resistenza, quando mi puntavano la lampadina negli occhi neanche, ma quando dovevano guardarmi dentro l’orecchio, in bocca o auscultarmi i bronchi… era la fine. A volte servivano due o tre persone per tenermi buono, perché piangevo e mi dimenavo.

Il mio pediatra era (ed è, perché esiste ancora) una persona fantastica, dolce, comprensiva, ma era soprattutto preparatissimo. Capiva spesso che problema avessi già visitandomi.
Il problema, quindi, non era lui e non poteva essere la causa scatenante della mia paura per i camici, anche perché indossava sempre maglie colorate. Mi ricordo che tutto partì da una visita con un otorino.
I miei genitori mi ci portarono su consiglio del pediatra: per qualche mese ogni volta che qualcuno mi parlava rispondevo con un sonoro “eh?”, come se non sentissi bene.
Secondo il pediatra non c’era niente di patologico: disse che era una cosa che facevano anche altri bambini, ma per tranquillizzare i miei genitori optò per una visita dall’otorino. Della visita non ho alcun ricordo. Rimossa completamente. Sicuramente l’unico peccato che commise quel povero otorino fu quello di osservarmi a lungo l’orecchio. Sacrilegio. Dai racconti di mia mamma ho saputo che ho sbraitato più del solito, perché ovviamente la visita specialistica fu abbastanza approfondita. Poi ho scoperto che l’otorino indossava il camice bianco.

Da quel giorno iniziai ad avere paura – e a rifiutarmi – di avere a che fare con chiunque indossasse un camice bianco.

Non volevo andare dal salumiere con mia mamma, non volevo farmi tagliare i capelli dal barbiere e mio padre era costretto a tagliarmeli in casa, non potevo vedere i pizzaioli e i cuochi, non volevo entrare dal macellaio. Mia zia, in quel periodo, aveva un minimarket in un piccolo paese; mi piaceva entrare in quel posto. L’odore del pane cotto a legna, dei salumi e dei formaggi freschi erano per me un piacere. Ero un gran mangione. Adoravo gli scaffali dei giocattoli, pieni di macchinine.
Quando andavo lì mia zia mi regalava sempre una macchinina e soprattutto mi affettava due belle fette di prosciutto, mettendole tra due fette di pane. Quelle sì che erano merende! Dopo quella visita invece riuscivo ad entrare solo se lei si toglieva il camice che utilizzava per stare al banco.

I miei genitori pensavano che la cosa sarebbe durata poco, ma evidentemente non andò così.
Continuai a fare storie alla vista di qualunque camice bianco. La cosa iniziò a diventare un disagio, un peso, anche per mia mamma e mio padre. Andare a fare la spesa diventò uno strazio, a volte mio padre fu costretto ad andare da solo. I miei capelli invasero i pavimenti di casa almeno una volta ogni due mesi. Il pediatra minimizzò, cavandosela con un semplice “passerà”.

In effetti passò. Come? Semplice. Da solo, così come tutto iniziò.

Passò quando rientrai all’asilo dopo le vacanze estive. Siamo stati dei bambini fortunati noi: a quel tempo la mensa era di ottima qualità, avevamo una anziana signora (da noi soprannominata “la nonna”) che ci preparava il pranzo nella cucina dell’asilo. Il cibo non arrivava da fuori come oggi.
Ricordo che iniziava a preparare il pranzo alle 11 e che le aule si riempivano di profumi: sugo, pomodoro, carne, patate al forno. Quando la preparazione finiva e arrivava il momento di servirci il pranzo, “la nonna” usciva dalla cucina spingendo un grosso carrello e indossando un camice bianco. Proprio bianco, pulito, immacolato, senza nemmeno una macchia. Mi sono sempre chiesto come facesse, io ancora oggi mi sporco ogni volta che preparo o mangio qualcosa.
La vista della “nonna” cancellò l’assurda paura dei camici bianchi.

Qualche mese dopo tornai a visita dal pediatra. Dopo avermi visitato mi faceva sempre qualche domanda e si intratteneva a parlare per qualche minuto.
Parlammo della storia dei camici; mi chiese di raccontargli di questa paura ormai passata.
E niente, io parlai e capimmo la causa. Orecchie, naso e tonsille erano il mio punto debole, quando mi ammalavo c’entravano sempre qualcosa e spesso i dottori mi prescrivevano uno sciroppo.
Quello sciroppo mi faceva schifo, aveva un sapore atroce; a volte dopo averlo preso vomitavo, ma non me ne ero mai lamentato.
Il mio timore quindi, vedendomi osservare le orecchie in maniera così approfondita, partì dall’eventualità che quel dottore mi prescrivesse proprio quello sciroppo. Ammalandomi di frequente, quella schifezza finiva velocemente, quindi una volta mia mamma – prima di questa famosa visita dall’otorino – ne comprò una scatola durante i giorni di tregua tra una febbre e l’altra.

Lo sciroppo si compra in farmacia, il farmacista aveva il camice bianco e quel giorno, in farmacia con mia mamma, c’ero anche io. Purtroppo.

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