SOTTOPELLE │ Narciso, nero in persona

narciso

Lontano da loro fa meno male, lontano da loro si riesce a respirare.
La personalità invasiva dei narcisisti, di chi tutto vuole ed è padrone dei pensieri, delle azioni altrui, riesce a stringere forte i polsi senza far scappare. Io quegli occhi buoni li ho visti all’inizio, la voce sottile e sincera, di quando tirano fuori il meglio di sé e sono presenti, ammalianti, incuriosiscono e attraggono come carta moschicida. Parlano a lungo, si aprono e svelano un mondo profondo, fingono ascolto attento, sempre la parola giusta al momento giusto, sempre lì quando ti volti e cerchi qualcuno. Il legame si fa stretto, il pensiero viene anticipato spesso, e spesso condiviso. E le gioie, ne fanno parte anche loro, all’inizio. Tempo speso bene, tempo investito nella costruzione di rapporti dal nome importante. Poi il libro cambia registro, lo sguardo cambia luminosità, la parola si fa breve e la gioia meno condivisa. Quella presenza pesante posa una mano nervosa sulla spalla, seppur le dita affusolate illudano ancora vicinanza e intesa.

Narciso è nero in persona, assorbe l’energia del corpo e della mente le vibrazioni positive, fagocita la luce degli occhi e preme le dita affusolate sul petto, inizia la stretta alla gola e l’eclissi diventa un fenomeno meno straordinario, dal momento che i corpi celesti vengono investiti dall’ombra insinuante sempre più di frequente. Annuire per andare sulla stessa strada, e mai contare i minuti dell’orologio del nero in persona. Tempo dilatato e tempo proprio, tempo proprio dilatato, ancora, proprio tempo dilatato e senza scuse, senza mai “scusa”. Il narciso è burattinaio di pupi in carne e ossa, è scrittore di risposte che vorrebbe sentire e che spesso riesce a tirare fuori. Due o più auree, la sua e la tua, o se riesce con più “vittime/alberi”, meglio; la prima nera e la seconda forse blu o indaco, chi lo sa. Ma prima o poi l’odore di gomma di quella faccia bruciata lo senti arrivare, l’immagine distorta che avevi sentito in pancia si materializza nelle parole che capisci di non poter dire davanti a loro. La linfa levata con una sonda di parole plasmate che captano la luce e la voce. Perché accade che il cucciolo di gatto col pelo arruffato, sdraiato sul cofano caldo in una giornata invernale di amicizia o amore cresca, l’artiglio si incurvi e che gli occhi illuminati della sera buia restino a guardare come da lontano, ma molto da vicino, la tua vita, dentro e ancora più dentro, dentro la vita e dentro la testa, dentro il suono delle parole, dentro le fotografie, e nei sorrisi di plastica col capo inclinato in trappola tesa. Mai contraddire il cucciolo di gatto cresciuto, che il pupo in carne e ossa non deve pensare quando l’unica testa che conta e l’unica voce a dirigere è quello sbuffo di fumo dal nero in persona. La fabbrica del sorriso fasullo, dei non vezzeggiativi, dei qui, ora, con me o niente. Dei niente se lo dico io e nessuno se in mia assenza.

Ma quella presenza pesa di dita affusolate nere che tingono anche i bei capelli di pece, gli abiti di fuliggine dell’anima, che occorre del tempo per capire il velluto incrostato di niente che è, del tutto che corre e corre – dalla sua parte e col suo passo-, del mondo così regolare che pure non piace mai al nero in persona. E di mondo allora vuole il tuo per rendere migliore e più completo il suo mondo-gioco, con pedine, territori, e soldi di carta, i fac-simile con cui acquista il vero degli altri, il sorriso a più zeri, la musica in comune in oro di zecca. Relazione preziosa con sentimenti in baratto. Ma il nero in persona cosa dà? Cosa vien fuori da quelle dita affusolate se il pupo taglia i fili e finisce lo spettacolo lontano dal suo teatrino ridicolo? Se il sorriso non cattura più, se alla sua voce si preferisce qualsiasi silenzio, lo spazio più vasto, altri visi, stavolta veri.

La sfida; slacciare quei fili e allontanarsi prima della totale fagocitazione, del bolo umano inghiottito senza quasi masticare, senza processare, solo per riempire lo stomaco avido di voi, senza riuscire più a dire io, vorrei, farei, sarei, facciamo, voglio, andiamo, siamo. Cosa sei? Nero in persona, il vento cessa prima o poi, la sabbia si spazza via, la coppa rotta si ripara, la foto strappata si cestina, si continua a essere come prima, ma come se si fossero toccati fondali senza luce, come aver toccato cime con ossigeno rarefatto. Deboli sotto i fili, liberi lontani da essi. Il colore, cercare sempre il colore, la sfumatura delle persone che va ben oltre le apparenze e l’ordine disordine della spontaneità. La relazione è una strada a doppia corsia. Fidarsi dell’automobilista che fa i fari per segnalare qualcosa, e pronti per i tanti neri in persona là fuori.

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