SOTTOPELLE | La mezza sconfitta dell’ipocondria

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Non saprei dire quando sono diventato ipocondriaco, ma quel che so per certo è che non ci sono nato.

Ricordo bene che da piccolo mi ammalavo continuamente.

Ero puntuale come una cambiale, la febbre mi veniva sempre di sabato pomeriggio, quando il pediatra non c’era. Solitamente la mia temperatura, in quei casi, si alzava fino a livelli di guardia, spesso addirittura oltre i 40. I miei genitori, dato che ero piccolo e dovevo essere seguito bene (soffrivo di tonsille e di frequenti bronchiti), furono costretti a rivolgersi ad un pediatra privato, l’unica figura mitologica che sabato e domenica poteva venire a casa per visitarmi al bisogno.

La cosa che mi dava fastidio era farmi guardare la gola con quella specie di bastoncino che usano i medici. Questo bravo pediatra (perché era bravo davvero) a volte era costretto a tenermi la bocca aperta con le mani, perché mi rifiutavo di far vedere la gola… Avevo paura che quel bastoncino potesse soffocarmi. In compenso non avevo paura della febbre e nemmeno delle malattie in generale. Credo che l’ipocondria sia entrata nella mia vita successivamente e non trovo una causa valida nemmeno pensandoci a fondo. Ma c’è stato un periodo – ed in particolare un giorno – durante il quale sono stato libero dall’ipocondria.

È successo tutto quando sono diventato padre.

La nostra non è stata una gravidanza facile.

Fino al quarto mese tutto filava liscio, la bambina cresceva come doveva, i controlli andavano meravigliosamente bene… Insomma, tutto come previsto. Si facevano progetti, si compravano i primi vestiti per la nascita, si andava in giro a vedere carrozzine, culle, passeggini, si fantasticava sull’arrivo di questa creatura, un po’ quello che fanno tutti.
Purtroppo le cose presero ben presto una piega diversa. Durante uno dei controlli la crescita del feto risultò inferiore alle aspettative. La ginecologa che effettuò quel controllo sembrava molto competente, sicuramente lo era, ma in quanto ad umanità non pareva averne a “quintalate”. Fu molto fredda nell’illustrarci le possibili cause di questo “ritardo di crescita”. Nel suo crudo realismo ci prescrisse dei controlli più approfonditi e mirati, parlandoci di tutte le possibili cause, ma ponendo l’accento soprattutto su quelle più gravi. La cosa non mi fece piacere; solitamente una donna incinta ha già le proprie ansie e gli ormoni impazziti e penso che per quanto giusto sia essere realisti (soprattutto per un medico) serva anche una buona dose di umanità nel comunicare con una persona in stato interessante. Quando poi si tratta di notizie non positive forse bisognerebbe tener conto maggiormente dello stato d’animo di chi si ha davanti.

Uscendo dall’ambulatorio mi sentivo morto dentro.

Il castello di carte e sogni che mi ero costruito si sgretolò in due secondi. Iniziarono pensieri densi di pessimismo. Non avevo forza per ragionare e nemmeno per aiutare la madre di mia figlia; mi sentivo impotente. L’unico momento di lucidità in quella giornata fu quello che ci permise di decidere di rivolgerci ad un altro ospedale per un parere in più e per essere seguiti meglio, ovvero la stessa ed identica cosa che faccio in occasione dei miei attacchi di ipocondria, quando tendo – purtroppo – a non fidarmi di un solo parere. È quello che abbiamo fatto: ci siamo rivolti ad un altro ospedale, siamo stati seguiti con competenza, amore, tatto… Tutto quello di cui avevamo bisogno.

Il problema purtroppo c’era, confermato e garantito. Non era gravissimo ma avrebbe potuto costringere mia figlia a nascere molto prima del previsto, con un bassissimo peso e forse con scarse possibilità di sopravvivere o di crescere sana e forte. Sia chiaro, mia figlia l’avrei aspettata e accolta con amore anche se dopo la nascita le cose avessero preso una piega non positiva. La cosa che mi interessava era che nascesse e che ce la facesse, non importava come. Dal quarto mese in poi almeno una volta alla settimana dovevamo recarci in ospedale. Ecografie, controlli, visite, analisi, monitoraggi. Intere mattinate e pomeriggi con l’ansia addosso, con la paura che da un momento all’altro ci comunicassero brutte notizie.

Furono mesi duri.

Purtroppo la mia ipocondria, complici lo stress di tutta questa situazione, le notti insonni e le paure, venne fuori a livelli mai visti prima e la cosa mi logorava. Mi faceva anche incazzare, perché spesso mi impediva di essere lucido e di dare un apporto migliore alla mia compagna… Sicuramente ne aveva bisogno, mentre io ero occupato a star dietro anche ai miei stupidi pensieri e alle mie assurde fobie. In quei mesi le uniche cose che fui capace di fare furono farmi venire la tachicardia, il reflusso, la gastrite, gli spasmi muscolari e l’insonnia. Non me lo perdonerò mai.

Tornando alla gravidanza, non so come, ma l’ospedale è riuscito a farcela portare avanti fino alla “soglia di sicurezza”, cioè fino al momento in cui anche una nascita prematura regala al bambino ottime possibilità di farcela senza tante complicazioni. A dirla tutta ci portarono anche oltre. Mia figlia è nata con sole tre settimane di anticipo, praticamente un successo, specialmente se penso che abbiamo rischiato di vederla nascere molto prematuramente o addirittura di perderla.

Il giorno in cui hanno deciso di ricoverare la mamma mi sentivo un po’ diverso. Ero nervoso e teso, sì, ma avvertivo una strana sensazione: sembrava che niente mi facesse paura. Magicamente il cervello si liberò dai brutti pensieri dei mesi precedenti. Ero convinto che tutto sarebbe andato bene. Strano, soprattutto per me che in quei mesi avevo pensato alle cose peggiori. Magicamente, quel giorno, sparirono tutti i malesseri che avevo. Niente reflusso, niente tachicardia, perfino le ernie discali che da mesi mi tormentavano con dolori e zoppie sembravano essere andate altrove.

Durante la gravidanza mi chiedevo spesso: “Avrò la forza di assistere al parto senza svenire?”. Volevo assistere, ma l’idea di mettere piede in ospedale, in sala parto, mi infastidiva. Non era la paura del sangue che mi frenava, ma l’eventualità che qualcosa potesse andare storto. E poi gli ospedali li ho sempre odiati. Da piccolo ci sono stato spesso, da adolescente pure, visto che sono stato capace di rompermi un braccio (lo stesso!) due volte in pochi mesi, soffro di asma, allergie ed altro…

E invece, quel giorno, il problema sparì. Avrei assistito, punto e basta.

La sera del ricovero tornai a casa tardi. Non dormii per tutta la notte. Alle cinque del mattino mi arrivò la telefonata.
I dolori erano aumentati, ormai si trattava di una questione di ore… Era il momento di tornare in ospedale. Andai lì con “calma”, un po’ mi vergogno anche a dirlo. Prima di entrare in ospedale mi sono concesso pure il caffè e la sigaretta (sì, sono un cretino, perché sono ipocondriaco, asmatico e fumo… ). Da quando misi piede in ospedale al momento di scendere in sala parto passarono due ore o forse di più, non lo so con certezza, perché persi anche la cognizione del tempo. All’ingresso della sala parto mi fecero indossare camice e mascherina. Mi sentivo ridicolo, ma la cosa un po’ mi piaceva, quasi l’avessi presa come un gioco. Feci due passi e mi trovai accanto al letto della mamma. Ci assegnarono un ostetrico maschio e la cosa mi stupì, forse perché tra le mie conoscenze tutte raccontavano di aver partorito con un’ostetrica. Accanto al letto della mamma mi si riacutizzò qualche sintomo, per la precisione quello dell’ernia. Quella stanza era fredda, sembrava un congelatore, diedi la colpa a quelle folate fredde che arrivavano dirette sulla schiena. Dopo pochi minuti si affacciò la ginecologa per una rapida visita. Questa cosa mi calmò, sparì anche il mal di schiena. Era una ginecologa che avevamo incontrato anche durante i controlli ambulatoriali, a me era piaciuta molto, mi sembrava competente e risoluta. Vederla lì mi regalava tranquillità.

Il tempo passava, le contrazioni aumentavano, mia figlia però non voleva uscire. Nel frattempo ero così tranquillo che trovai anche il tempo per due chiacchiere con l’ostetrico: volevo sapere quanti ostetrici maschi aveva conosciuto (che follia, che domanda del cavolo, chissà che avrà pensato!). Ad un certo punto la stessa dottoressa che mi aveva tranquillizzato mi chiamò fuori dalla stanza per dirmi che il tempo era scaduto. Niente parto naturale, taglio cesareo in urgenza per evitare sofferenze alla bambina che già era piccola e provata da tutti quei mesi di “combattimento”. Mi accomodai fuori. Passarono pochi ma interminabili minuti. Di solito nei film vedi padri che fumano, che si mordono le mani, si strappano i capelli.

Io no.

Ero davvero tranquillo, in un mondo parallelo. Andai a bere un po’ d’acqua e poi andai anche in bagno, passando davanti a nonni e zii che aspettavano fuori come se niente fosse, dicendo soltanto : “Calma, fanno il cesareo, tra poco è tutto finito, vado in bagno e torno”. Mi guardavano come un pazzo, chissà, forse avevano ragione.

Tornato dal bagno si aprì la porta della sala parto.

La dottoressa, sempre lei, mi chiama per nome e mi fa entrare. Lungo il breve corridoio che mi separava da mia figlia la ginecologa mi disse che era andato tutto bene. Mi disse anche che la bambina era più piccola del previsto (pesava meno di 2kg) e che il neonatologo mi avrebbe spiegato tutto. E così fu, mi tranquillizzarono sullo stato di salute di mia figlia, ma aggiunsero che per almeno dieci giorni l’avrebbero trattenuta in terapia intensiva neonatale, per farle prendere peso e monitorare tutto. In un altro momento solo sentir nominare la terapia intensiva neonatale mi avrebbe causato un mancamento e l’avrei associata ad una catastrofe. Stavolta no, non è stato così. I giorni di terapia intensiva sono stati in effetti quelli preventivati. Non è stato facile non poterla portare subito a casa, ma è stato bellissimo vedere e vivere i progressi giorno per giorno. È stato commovente vedere medici ed infermiere accudire tanti bambini con un amore unico, come fossero loro figli. È stato strano non aver paura dell’ospedale, non pensare al peggio, non sentirmi stomacato dal tipico odore di medicine e disinfettanti che avvolgono i reparti e le corsie.
È stato magnifico addormentarmi distrutto su una sedia accanto alla culla termica, per poi svegliarmi alle cinque di mattina con una coperta messami addosso dalle infermiere.

Però no, non è stato tutto rose e fiori.

In terapia intensiva non c’era solo chi – come mia figlia – aveva solo necessità di essere accudito e seguito a fondo nei primi giorni; c’erano anche bambini con problemi ben più gravi. Sentivo la morte nel cuore quando altri genitori raccontavano la storia dei loro piccoli; mi sono sentito circondato da una profonda ingiustizia quando purtroppo ho saputo che qualcuno non ce l’aveva fatta. Erano situazioni per me aberranti. Ad un certo punto, pur con tutto l’affetto per mia figlia e la voglia di stare lì con lei, non riuscivo a rimanere in quel reparto per più di un’ora. Mi sentivo soffocare.

Quando noi siamo tornati a casa altri genitori che erano lì da mesi non hanno avuto la stessa fortuna; qualcuno ci è rimasto ancora per diversi mesi. Mi sono sentito fortunato e privilegiato. Fortunato perché godo di buona salute nonostante qualche acciacco, privilegiato perché mia figlia se l’è cavata egregiamente e perché non ho dovuto affrontare seri problemi come quei bambini. Loro si sono scontrati subito con la durezza e l’eccessiva cattiveria della vita. Ho sempre avuto rispetto per la mia ipocondria e per tutti quelli come me, nel senso che capisco le paure, credo che dovremmo essere presi più sul serio non per quanto riguarda i nostri sintomi (che a volte sono davvero il nulla), ma per i nostri “film mentali”, per le nostre fobie, per le nostre fissazioni.

So bene che siamo i primi che non vorrebbero stare così, che è una cosa che si scatena senza un apparente controllo.
So bene che è banale dire ciò che sto per dire, ma vedere quei bambini mi ha fatto capire che sono più coglione di quanto pensassi. O almeno che lo sono in certi momenti. Mi sono sentito in colpa per la mia ipocondria, non lo nascondo. Non dovrebbe essere così (forse) e non voglio certo essere offensivo verso i miei “simili”; ci mancherebbe altro. Non starò a dire “sentiamoci fortunati perché c’è chi sta peggio di noi”; anche se è vero non è questo che mi ha fatto rinsavire. Ho pensato e capito che con uno sforzo l’ipocondria posso controllarla; se così non fosse stato non mi sarei goduto dei momenti unici e speciali. Non sarebbe stata la prima volta. Ho voluto – e sono riuscito – respirare la vita a pieni polmoni (…proprio pieni forse no, il Ventolin però aiuta!).

Mi sono ricordato delle parole del mio cardiologo durante una visita poco prima che nascesse mi figlia; mi disse che era il momento di essere forte, duro, di prendere coscienza della grande responsabilità nei confronti di un’altra persona che stava per arrivare. Tutto perché per molti anni la sua vita sarebbe dipesa dalla mia. Aveva ragione, ma è successo anche il contrario; dalla vita di mia figlia e da quei momenti è dipesa anche la mia vita.

Posso dire di avere un’esistenza migliore.

Ora è passato più di un anno, non ho sradicato l’ipocondria dall’anima e forse non riuscirò mai a farlo, ma ora la conosco, cerco di affrontarla diversamente, la vivo più razionalmente e meno visceralmente. Credetemi, è una liberazione.

Nei confronti di mia figlia invece sono sempre apprensivo, ma non credo di discostarmi molto da un genitore non ipocondriaco. Se proprio mi capita di avere paura di qualcosa preferisco logorarmi, ma di sicuro non voglio far trasparire niente quando ho lei davanti. Ho scelto di non riversare anche su di lei le mie paure e non voglio che cresca come me. Ho scelto di provare a vivere tutto senza troppa ansia, senza troppe paure e tenendo a bada l’ipocondria per quanto possibile.

Probabilmente non ne uscirò mai vincitore, sarà una lunga guerra, ma già ingaggiare un braccio di ferro è stato un autentico trionfo.

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