INTERVISTE | Il medico del Pronto Soccorso

intervista medico pronto soccorso

Descrivi brevemente chi sei e di cosa ti occupi.

Sono un medico di Pronto Soccorso, specializzato in medicina interna e in malattie dell’apparato digerente.

Partiamo subito con una domanda “semplice”: quando si sente parlare di “accesso improprio al Pronto Soccorso” cosa si intende?

Per “accessi impropri” si intendono tendenzialmente – dal punto di vista del codice di gravità – i codici bianchi, i codici azzurri (che alcuni ospedali utilizzano) e solo una parte dei codici verdi (dico una parte perché il codice verde non si qualifica sempre come accesso improprio), che secondo il sistema di adozione dei vari codici di urgenza (ovvero il triage) corrispondono a delle normali prestazioni ambulatoriali.
Più in generale si può dire che si tratta di casi che non avrebbero bisogno del Pronto Soccorso, di una visita specialistica immediata e di esami strumentali urgenti.
Al Pronto Soccorso si accede per le urgenze sanitarie, che siano traumatiche o meno; si può accedere anche su richiesta del proprio medico curante dopo un consulto o su suggerimento della guardia medica.
Ci tengo però a sottolineare che il Pronto Soccorso, con le dovute tempistiche necessarie a risolvere i casi più urgenti, garantisce assistenza a tutti i pazienti che accedono.
È inoltre possibile che in corso di visita o dopo il responso degli esami (quando necessari) il codice attribuito all’ingresso possa cambiare.

Hai giustamente detto che al Pronto Soccorso si accede per casi urgenti; la domanda però è: come fa un paziente – che non è un medico – a capire se il suo caso è grave o meno?

Solitamente, traumi a parte, spesso c’è la presenza di sintomi che possono insorgere anche improvvisamente e che causano problematiche immediate.
A titolo di puro esempio – chiaramente non esaustivo – si può pensare alla temporanea incapacità di pronunciare frasi e parole, ad una improvvisa interruzione o seria difficoltà respiratoria, alla perdita di conoscenza, a reazioni allergiche di una certa entità, ad insopportabili dolori all’addome, ad una ferita profonda, ad una caduta accidentale per la quale si sbatte la testa violentemente… Si può pensare anche ad altri sintomi, chiaramente diventa impossibile menzionarli tutti.
È chiaro che poi ogni caso è diverso da un altro, per cui per alcuni sintomi potrebbe trattarsi anche di qualcosa di non grave.
In linea di massima ci si rende conto di quando il disturbo è di un certo rilievo e quindi tale da alterare le funzioni vitali o da generare una condizione di pericolo.
In alcuni casi e per sofferenze più facilmente “sopportabili” si può ricorrere anche ad un consulto con il proprio medico o con la guardia medica che nel caso decidono se inviare o meno il paziente al Pronto Soccorso.
Mi rendo conto che non è facile per tutti capire quanto e quando un episodio o un sintomo, soprattutto se improvviso, possa essere pericoloso, ma di certo non ci si presenta in Pronto Soccorso se si ha una congestione nasale, per un approfondimento diagnostico non urgente, per ricevere un parere in più su una diagnosi o per una patologia cronica ma di scarsa o nulla gravità ed in assenza di complicazioni.
In determinati casi quindi sarebbe più salutare parlarne prima col medico curante e valutare insieme i passi da compiere.
È sempre complicato parlare in termini assoluti; basta pensare ad alcune fasce di popolazione più deboli dal punto di vista della salute, come anziani o persone affette da patologie serie, per esempio – tanto per citarne due – il diabete o una cardiopatia importante, per le quali anche un sintomo apparentemente insignificante potrebbe essere meritevole di un approfondimento perché ci si trova in un contesto di fragilità.

A proposito di questo, spesso gli ipocondriaci al primo sintomo che desta in loro sospetto correrebbero in pronto soccorso, magari per il panico… Quindi, che fare?

Si torna a quanto detto sopra… È difficile parlare in termini assoluti.
Chiaramente se una persona, che sia ipocondriaca o meno, avverte un malessere rilevante come uno svenimento o una perdita dei sensi è anche normale provare spavento e decidere di rivolgersi al Pronto Soccorso.
Se ha avuto un episodio di vomito e diarrea con dolore di stomaco senza altre particolari complicazioni potrebbe provare a parlarne prima col proprio medico o con il servizio di guardia medica.
La reazione di molti pazienti, anche non ipocondriaci, di fronte a determinati sintomi è di panico, di spavento.
Magari a qualcuno genera spavento il vomito, ad altri una piccola fitta al fianco o al basso ventre e scatta il pensiero dell’appendicite, la febbre alta unita alla tosse a qualcuno fa pensare da subito alla broncopolmonite e via dicendo.

Mi ricollego un attimo alla risposta precedente… A proposito del panico di certi sintomi, pensi che il cercare sintomi su Internet possa influire sull’insorgere del panico? E in generale cosa ne pensi delle pagine di medicina in rete?

Sì, penso che in certi casi cercare sintomi su internet possa essere controproducente.
Scrivere “cause del mal di testa” e dover leggere – tra le tante cause – “ictus”, “tumori” e cose simili non fa bene, ma soprattutto non è appropriato.
Il sintomo è la manifestazione di qualcosa che probabilmente in un determinato momento non funziona come dovrebbe, ma non necessariamente si tratta di qualcosa di tragico o che mette in pericolo di vita.
Un mal di testa potrei averlo anche per un raffreddore, perché ho il naso chiuso, perché soffro di sinusite, perchè potrebbe essere una normale emicrania, perché soffro di cervicalgia…
I giudizi assoluti non si possono dare da dietro uno schermo, si possono dare solo facendo una visita che spesso deve tenere conto di vari aspetti e mettere in correlazione anche più sintomi, magari.
Trovo inutile elencare tutte le possibili cause, dalle più banali a quelle più catastrofiche, per un sintomo molto “generico” e comune.
Sempre facendo l’esempio di ricerche su Internet, se avverto due sintomi diversi e in due diversi parti del corpo e vado a leggere in rete, magari trovo anche una sfilza di possibili cause che mettono in correlazione i due sintomi. E spesso sono risultati catastrofici.
Se cercassi “cause di giramenti di testa” e “dolore al braccio” potrebbero venirmi fuori anche le occlusioni della carotide. Ma potrebbe anche essere una cervicobrachialgia, no?
È ovvio che il paziente più timoroso, quello ipocondriaco o quello meno ottimista poi si fossilizzi sulla “diagnosi” peggiore.
Internet non è il medico e non può certo soppiantarlo.
La medicina per me si fa col paziente davanti.
Poi esistono anche siti e risorse ben fatti e coerenti con il proprio scopo, di divulgazione, buoni anche per i profani. Bisogna imparare ad affidarsi più al medico e meno ad internet, come succedeva prima.

Una domanda banale: ci puoi descrivere brevemente il percorso di un paziente che fa ricorso al Pronto Soccorso?

Primo passo, come detto all’inizio, è l’accoglienza del paziente al Triage.
Viene accolto da un infermiere formato proprio per questa attività che attribuisce il codice di urgenza al paziente.
In questo momento si rivolgono domande al paziente sulla sintomatologia, su quanto tempo è passato dall’insorgenza, sulla tipologia di malessere che avverte. Si chiede poi se ha assunto farmaci, se soffre di allergie, se segue terapie specifiche e vengono valutati – nel caso – alcuni parametri vitali: battiti, saturazione e temperatura.
Sulla base del codice di gravità che viene attribuito, il paziente viene messo in attesa (corta o lunga dipende appunto dall’urgenza) della visita con il medico che dovrà stabilire il percorso più adatto.

Il medico rivaluta la sintomatologia riferita dal paziente, valuta la storia clinica, cerca di approfondire con domande, può visionare eventuali esami fatti di recente (se il paziente per caso li ha portati e se sono pertinenti) e passa all’esame obiettivo per valutare le condizioni generali del paziente e per ipotizzare una prima diagnosi o per avanzare ipotesi sulle cause dei sintomi.
La visita può comprendere la palpazione, l’auscultazione, la misurazione della pressione arteriosa e l’esecuzione di alcuni test o manovre sul paziente.
Sulla base della sintomatologia riferita dal paziente e su ciò che emerge dalla visita, il medico decide se sono necessarie indagini o esami.
Tra questi possono essere eseguite analisi del sangue e delle urine, ecografie, radiografie, TAC in caso di traumi, elettrocardiogramma, consulenze specialistiche etc.
Il paziente continua ad essere monitorato fino alla risposta fornita dagli esami o dalle consulenze, che di norma permettono di formulare una diagnosi.
A questo punto il medico decide – eventualmente insieme agli specialisti con cui si è consultato al bisogno – se dimettere il paziente prescrivendo una terapia o consigliando ulteriori approfondimenti con altre analisi o visite specialistiche se trattenerlo in Pronto Soccorso per osservazione ancora per qualche ora, se ricoverarlo nel reparto adatto per la patologia riscontrata.
A grandi linee l’iter è questo; è chiaro che sui codici rossi i percorsi siano diversi, specialmente quando si presenta la necessità di un intervento rapidissimo.

A proposito delle consulenze degli specialisti, tempo fa abbiamo fatto un meme sulla nostra pagina. Ritraeva la disperazione degli ipocondriaci dimessi dal pronto soccorso con suggerimento di una visita specialistica. In questi casi c’è davvero da preoccuparsi?

Suggerire una consulenza specialistica dimettendo il paziente non implica automaticamente che non sia stato visto qualcosa, che vi siano dubbi o che bisogna aspettarsi qualcosa di negativo.
Si può suggerire anche per monitorare meglio l’evoluzione di una patologia nel corso del tempo, per stabilire eventualmente un ciclo di cure o di prevenzione, per farsi consigliare esami appropriati da svolgere fuori dal Pronto Soccorso fino alla risoluzione completa del problema.
Quando un paziente viene dimesso è perché fondamentalmente non è in pericolo di vita, non ci sono condizioni che ne suggeriscano un ricovero immediato o approfondimenti immediati.
Può essere dimesso con una diagnosi di patologia in quel momento acuta ma che può essere rivalutata tranquillamente da uno specialista anche in sede ambulatoriale, così come può essere dimesso per una patologia o un malessere lieve che normalmente non porta a grandi complicazioni, ma che merita di essere seguita fino a risoluzione attraverso il medico curante o lo specialista.
Per fare un esempio pratico: se una paziente accede in Pronto Soccorso per dolori al basso ventre e presenza di sangue nelle urine e viene dimessa – dopo i dovuti esami che escludono problemi più gravi – con una diagnosi di una forte cistite, il medico può dimetterla e consigliare una visita specialistica ginecologica o urologica anche se si tratta di una patologia piuttosto comune.
Il medico curante o il ginecologo di fiducia potrà poi valutare quando ripetere le analisi e come approfondire il problema. Per una diagnosi del genere capita di rado che ci sia necessità di richiedere una consulenza specialistica all’interno del Pronto Soccorso, quindi il paziente può proseguire con gli approfondimenti una volta a casa.
Discorso diverso, ad esempio, se siamo di fronte ad una patologia più grave, dove si può richiedere una consulenza immediata.

Ipocondriaci al Pronto Soccorso… Te ne capitano tanti o pochi? Che tipo di approccio hai con noi ipocondriaci?

Me ne sono capitati, certamente.
Ma del resto capitano anche persone che non sono ipocondriache e che spaventate da un sintomo vengono in Pronto Soccorso.
Li approccio esattamente come tutti gli altri pazienti, non potrei fare diversamente.
Fare il medico è anche una missione (così mi piace definirla), ci si mette al servizio delle persone e del paziente e tutti devono essere curati con la stessa dedizione ed attenzione.
Sicuramente quando non c’è un motivo valido per andare al Pronto Soccorso si cerca di farlo capire al paziente, di educarlo da questo punto di vista.
Per “educarlo” non intendo il fargli una paternale o il ridergli in faccia, intendo che si cerca di fargli capire come mai non era il caso di recarsi al Pronto Soccorso.
Non parlo tanto dei casi di un dolore acuto che ti spinge a rivolgerti al Pronto Soccorso e che poi può rivelarsi essere la classica “cosa da niente” , quanto dei casi di pazienti che si recano in Pronto Soccorso non convinti della diagnosi di uno specialista che hanno già consultato o di coloro che avvertono un sintomo da qualche giorno e non ne hanno parlato nemmeno con il proprio medico. Parlo di casi in cui ovviamente non c’è una situazione di urgenza.

A questo proposito, l’impressione che si ha ascoltando alcuni racconti è che qualcuno si fidi più del Pronto Soccorso o dello specialista che non del proprio medico. Esiste un perché secondo te?

Esistono anche situazioni opposte, ovvero persone che arrivano al Pronto Soccorso o che si recano dallo specialista su suggerimento del proprio medico… E che quindi si sono fidate delle parole del medico stesso.
E quando capitano casi del genere il medico ha spesso ragione.
Ho sempre pensato che sia più che altro una questione psicologica o se vogliamo anche “sociale”…
Il Pronto Soccorso è un presidio fisso aperto 24 ore al giorno, una sorta di gancio a cui appigliarsi – nel senso buono del termine – quando qualcosa non va.
La presenza di strumentazioni, la possibilità di un controllo più o meno immediato evidentemente danno una sensazione di maggiore sicurezza.
Conosco colleghi veramente preparati ed eccellenti, so come lavorano e so che conoscono bene i propri pazienti.
È chiaro, qualcuno insoddisfatto del proprio medico, dello specialista o del medico che trova al Pronto Soccorso ci sarà sempre, a volte può anche essere colpa nostra, ma non si può fare di tutta un’erba un fascio. Del resto non si può fare così nemmeno per i pazienti.

Senza addentrarci nella polemica delle riforme sulla sanità, credi che sarebbe necessaria una maggior collaborazione con i medici di famiglia?

In realtà tra ospedali, aziende sanitarie locali e medici di famiglia esiste già una fattiva collaborazione.
Forse il paziente non ne ha la percezione, quindi nel caso bisogna lavorare più su questo.
Nel corso degli anni devo dire che ho trovato sempre una collaborazione fattiva. Si può sempre fare tutto meglio, è ovvio, ma casi di collaborazione già esistono e funzionano anche piuttosto bene.

Domanda strettamente personale: c’è qualcosa che non ti piace e che trovi più difficile di altre nel tuo lavoro?

Sì. È dura dire a qualcuno che non ho potuto fare di più, anche se ho fatto tutto quello che potevo.
È anche la cosa più difficile, penso che sia così per tanti colleghi, non solo per me.
Purtroppo anche questi sono aspetti del mio lavoro, quando l’ho scelto ne ero consapevole, in un certo senso arrivi preparato, a volte sento qualcuno che dice “vabbè, ormai sarai abituato”… La verità è che però non ti abitui mai, perché è sempre una cosa spiacevole.

Voi medici del Pronto Soccorso siete protagonisti in varie serie tv, venite quindi visti un po’ come dei veri e propri salvatori. Quanta verità c’è in questa “immagine” e quanta verità c’è in determinate rappresentazioni televisive?

Per quanto riguarda essere visti come dei salvatori posso dirti che il salvare una vita non dipende solo da noi medici del Pronto Soccorso.
Molto dipende anche da chi ti soccorre, da chi in ambulanza ti rianima e ti porta in ospedale, a volte dipende anche da noi stessi, dalla prontezza che abbiamo nel chiamare aiuto.
Io ritengo di fare solo il mio lavoro, nulla più, anche se è una soddisfazione enorme poter essere d’aiuto.
Sulle serie TV, non ti nascondo di essere stato un amante di ER, soprattutto delle prime serie.
È cinema, è tv, ci sono elementi di verità ed elementi di spettacolarizzazione, anche eccessiva, la verità sta nel mezzo.

Penultima domanda: come è cambiato il Pronto Soccorso durante i tuoi anni di lavoro?

Molto.
In molti casi è diventata una struttura ancora più completa di prima.
In molti Pronto Soccorso adesso è possibile gestire benissimo pazienti politraumatizzati grazie alla presenza di più specialisti (neurologi, cardiologi, ortopedici, internisti, oculisti etc); i metodi di indagine hanno fatto passi da gigante e garantiscono più sicurezza, sono migliorate moltissimo le procedure ed i mezzi per intervenire ancora più tempestivamente, le aree di osservazione breve ed intensiva ormai sono presenti in più Pronto Soccorso… È cambiato tanto, più di quanto si possa pensare da fuori.

Siamo alla fine dell’intervista… Un consiglio ai nostri fan ipocondriaci e non solo.

Direi di fare prevenzione.
È qualcosa di importantissimo, per tutti, giovani e meno giovani, ipocondriaci e non ipocondriaci, maschi e femmine.
Abbiamo la fortuna di poterla fare – anche gratuitamente quando ci sono giornate appositamente dedicate – e a volte può non solo salvare la vita, ma anche prevenire inconvenienti.
Penso alle visite urologiche ed andrologiche per i giovani, la visita senologica per le donne, le visite cardiologiche per chi soffre di pressione o di dislipidemia, le visite dermatologiche per la prevenzione del melanoma, l’apprendimento delle manovre salvavita ed anche un confronto sano con il proprio medico, che normalmente è il primo insegnante per godere di buona salute.

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