RIFLESSIONI | L’attacco di panico prima del sonno

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La mia vita dura appena 10 minuti, uno spazio temporale fatto di preparazione alla notte, lavaggio dei denti, rituali da ossessivo-compulsivo e pensieri. Tanti, troppi pensieri. 10 minuti prima di distendere le membra e trascorrere la notte, sperando in un dolce abbandono al sonno.

Una veloce lettura concilia, per questo ora che sento le palpebre pesanti, il respiro rilassato e mite, posso dire che sia giunto il momento di spegnere l’abatjour e mettermi a dormire. Un gesto meccanico, una sistemata al cuscino e giù. Dormire.

Un lungo sospiro, la mano sotto il cuscino e domani è un altro giorno. No. Qualcosa non va.

Un esercito sfodera la propria artiglieria all’interno del mio petto. No, forse no. Sono quei sobbalzi che arrivano quando la stanchezza è troppa. Posso dormire.

Accade di nuovo.

Sento di avere un mortaio nel petto, o forse un treno in corsa. Tutto esplode a più riprese e il fiato risponde con rintocchi brevi e confusi. È lui, è il panico. Mi volto verso il soffitto e una mano cerca la regione in cui batte il cuore. La mano è calda, dà conforto. Non abbastanza. Il treno in corsa non si arresta: tutto pulsa e rimbomba intaccando l’udito. Tum-tum-tum / Trum-trum-trum-trum. I pensieri inciampano e la lucidità viene meno. Una vampata, ora, percorre ogni tessuto e raggiunge il capo provato da una guerra tra l’inconscio e l’equilibrio. Il controllo è perduto, perché ora tutto è uno stato di agitazione senza soluzione di resa. Due parole echeggiano dal profondo: «Sto morendo». Si replicano come un’epidemia di male e diventano un violento domino che all’ultimo tassello travolgerà i sensi. Spiazzati, derisi.

Il crescendo raggiunge ora, di nuovo, il respiro. La testa ondeggia in tutte le direzioni, mentre tento di ripristinare il fiato con dei lunghi segmenti d’aria che, inalata ed espulsa, dovrebbe aiutare il cuore a tornare alla sua regolarità. Non avviene, il panico mi domina. Le vampate non cessano e con esse la maledetta, diabolica tachicardia. La Morte bussa violentemente alla porta della mia esistenza. Ogni beata notte d’inferno. Le ore avanzano e io non riesco a prender sonno. È fuggito impaurito, anch’esso. “Sto morendo”, mi ripeto. Convengo che ciò accade ogni notte e un piccolo barlume di lucidità mi lascia intendere che non esistono sono le tenebre per morire. Forse quella lucidità è nel giusto. Perché ogni notte, se posso morire anche di giorno? È tutto nella mia testa. Una testa stanca, emaciata.

Anche stanotte quella scintilla di raziocinio può salvarmi. Forse no. Veglierò fino all’alba con la Morte che passeggia leggiadra intorno al mio letto, al suono di un tetro carillon. Forse. Non mi accorgo di aver conquistato la calma e di aver conquistato nuovamente l’ossigeno. Non mi accorgo di essere crollato in un sonno profondo.

Fino a domani, quando morirò di nuovo.

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