RIFLESSIONI | L’emetofobia

elena emetofobia

È utile provare a definire l’emetofobia? Sì. Posso per certo dire una cosa: la paura di vomitare non è una semplice fobia, perché diventa lentamente un vero e proprio stile di vita. La mattina, svegliandomi, provo a pensare che fare colazione sia una cosa normale. Subito dopo penso che mangiando qualsiasi cosa ho sempre una piccolissima probabilità che accada. I miei amici mi invitano a tutte le feste possibili, ma per me la quintessenza dell’emetofobia è che accada qualcosa davanti agli altri, quindi rinuncio. Appena sento la parola virus mi volto. Ho due possibilità: scappare oppure chiedere quante più informazioni possibili alla persona che lo ha nominato. C’è chi abusa di antidepressivi, di ansiolitici, di antidolorifici, o sonniferi. Io abuso di un solo e unico farmaco: l’antiemetico. Quando viaggio, ammesso che io riesca, ho sempre con me un antiemetico. Quello che noi facciamo, in altre parole, è vivere una vita a metà. Continuiamo a tentare di spiegare a chi ci circonda cosa sia questo mal di vivere, ma sappiamo che non ce la faremo mai. Siamo costantemente logorati dentro e fuori perché non riusciamo ad accettare un semplice riflesso del nostro organismo. Ho scelto questa foto perché non riusciamo, nonostante i nostri continui sforzi, ad ascoltare un rumore né una parola legata a tutto questo. So che quanto detto e scritto sembra una lotta senza fine, ma prima o poi riuscendo a guardare in profondità ed avendo toccato il fondo più volte, con impegno si può risalire.

Una volta ero dall’estetista. Entrai e mi disse con molta tranquillità: «Cara, stavo per telefonarti. Non sto bene ma ormai ti trovi qui, finiamo in 5 minuti e provo a non parlare per non contagiarti». Da lì una serie di domande presero forma nella mia testa, e dato che in questi casi inizio a non ragionare più, anziché non esporle iniziai a raffica e azzardai: «Ah, capisco… Febbre?» Lei: «Ehm… no. Ho già vomitato due volte». Diventai catatonica e una paura tremenda iniziò ad assalirmi. Mentre operava si toccava la pancia, sofferente. Iniziai a pensare a cosa fare una volta uscita di lì. La mia angoscia si fece sempre più acuta e successivamente si trasformò in tristezza. Pian piano diventò ansia e panico. Iniziai a piangere e letteralmente a disperarmi e, come succede spesso, a raggomitolarmi a terra per chissà quale motivo. Il problema era semplicemente uno: non avevo alcun tipo di sintomo, ma subito dopo pranzo mi assalì una colica atroce, di quelle che ti fanno correre in bagno. Il mio corpo stava letteralmente andando contro di me, pensavo stesse succedendo l’inevitabile e sprofondai in una ulteriore depressione. Nelle ore successive, però, nonostante il mio pessimismo, dovetti constatare che la mia era solo una delle tante somatizzazioni.

L’incubo continua tutt’oggi. Non si contrae il virus per forza di cose, ma viviamo nel terrore di esserne colpiti e trascorriamo le giornate a contare le ore di incubazione.

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