RIFLESSIONI | “Sei grasso!”

riflessioni sei grasso

Pesavo 90 kg e in quell’anno tendevo ad aumentare progressivamente di peso. Il mio metabolismo era compromesso: mensa universitaria, sedentarietà, spuntini fuori pasto, abuso di grassi, carboidrati e zuccheri, una tensione nervosa sempre costante che mi portava a mangiare in continuazione senza provare sazietà. Insomma, ero pienamente la causa del mio male.

Era estate e avevo deciso di fare dell’esercizio fisico. A fine serata accendevo il motore e mi dirigevo verso un tratto di strada non più transitabile per delle lunghe camminate. Dopo un’ora di attività tornavo a casa. Quel giorno decisi di portare un amico. Studente fuori sede, si faceva vivo solamente in occasione delle feste o durante le vacanze estive. Con uno scambio di sms ci accordammo per andare insieme a passeggiare in quel tratto di strada. Andai a prenderlo e salì in macchina. Durante il tragitto lo osservavo con la coda dell’occhio, sicuro del fatto che avrebbe esternato osservazioni sulla mia forma fisica. Mentre guidavo cercavo argomenti interessanti nell’intento di trattenerlo in discorsi che non potevano lasciare spazio a futilità sul mio stato di salute. Di colpo, tra una frase e l’altra, arrivò il silenzio.

«Sei ingrassato, eh».

Mi cadde il mondo addosso. Mi morsi un labbro e tentai di deglutire rabbia e dolore, cercando una risposta eloquente, una replica che lo zittisse portandolo a non ripetere una tale osservazione. A me come a nessuno.

«Lo so», dissi. «Quindi?», domandai. Mi rispose: «Quindi cosa? Se te l’ho detto è perché mi andava di dirtelo». Sghignazzò e invidiai la sua leggerezza nell’infliggere una lama così penetrante e annichilente. Liberai i miei istinti e lo sfidai a singolar tenzone.

«Ma tu, con quella laurea che andrai a prenderti, credi di risultare meno imbecille di come che sei sempre stato?»

Con la coda dell’occhio notai la sua espressione di disappunto, mentre si voltava di scatto verso di me. «Cosa?», mi domandò indispettito.

«Rispondi»
«Che cazzo c’entra questo?»
«Niente, oh. Sai, te l’ho detto perché mi andava di dirtelo»
«Quindi?»
«Quindi cosa? A te va di dirmi che sono grasso?»
«Beh, lo sei!»
«Molto bene, a me va di dirti che sei un imbecille… e lo sei, eccome se lo sei»
«Ma ti sei offeso?»

Intanto raggiungemmo il posto. Spensi il motore e lo guardai negli occhi.

«Compa’, sai che differenza corre tra un grasso e un imbecille?»

Non rispose.

«Il grasso può dimagrire. Ora hai capito?»

Quello che avete appena letto è solo un episodio dei tanti. Quando si vive in provincia – e molti di voi possono darmi ragione – si vive la giornata salutando chiunque per strada. Può capitare, dunque, che con la persona che per puro caso si incontra mentre si va a comprare il giornale, le sigarette o mentre si sorseggia un caffè al bar ci si scambi qualche battuta. Nonostante la mia misantropia non rifiutavo una conversazione, ma tentavo di occupare il tempo con discorsi complessi e sentiti, perché un secondo di silenzio avrebbe dato spazio al pericolo.

«Comunque sei ingrassato, eh».

Decisi di chiudermi in casa per non infastidire più la quiete di provincia. Fastidio che ero convinto di arrecare, ma che in realtà era mio. Preferivo disprezzarmi allo specchio e giustificare ogni invito declinato con la mancanza di soldi. Aumentai ulteriormente di peso. I disastri alimentari e mentali mi portavano a lunghe notti insonni fatte di attacchi di panico, emicranie, tachicardie e paralisi del sonno, con la fatica a respirare dovuta all’adipe che alimentava la mia ipocondria e la mia ansia. Non respiravo bene, sudavo in continuazione e faticavo a percorrere il breve tragitto che separava la mia scrivania dal bagno. Faticavo quando dovevo infilare un paio di jeans, quando dovevo allacciarmi le scarpe. Mi diagnosticai l’odio. L’assenza totale di autostima mi portava a punirmi, a danneggiare l’essere deforme che vedevo in me.

Mi sentivo e vedevo in sovrappeso, rasentavo l’obesità eppure seguitavo a mangiare. Tutti, al di fuori di me, erano bellissimi e perfetti. Indossavo abiti neri, larghi e lunghi. Mi nascondevo.

«Sei ingrassato, eh», dicevano i parenti che ogni tanto entravano in casa. Non importa se non si facevano vivi da 10 anni: essi dovevano essenzialmente dirmi che ero grasso. Un giorno il mio cervello rispose in positivo e decisi di dimagrire, riuscendovi. Le osservazioni ricevute nei tempi precedenti, però, non mi abbandonarono. Dicevano di scherzare, dicevano che in quel modo intendevano dirmi che stessi bene. Non era così. Lo dicevano e basta. Era rimasto un ricordo radicato nel mio inconscio che si tradusse in un’ansia sempre più frequente. I chili perduti per sempre lasciarono spazio a una sempre più debilitante ipocondria. Mi convinsi che gli anni trascorsi ad ingrassare avessero in qualche modo intaccato la mia salute.

Iniziarono gli esami del sangue, i palliativi per l’ansia, le serate rovinate da improvvisi attacchi di panico mentre magari sedevo semplicemente al bar con amici. Avevo perso chili ma anche equilibrio. Ero passato da odiare la gente ad averne paura. Avevo paura che aprissero bocca per parlarmi di me.

«Sei dimagrito!»

Non mi importava. Non mi importava più. Mi domandavo perché continuassero a descrivermi senza che gli fosse chiesto. Non trovavo risposta e ancora oggi non mi capacito.

Forse davvero, come nel caso del mio amico, la gente si sente di dirlo. Semplicemente.

Per loro.

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