IPOSTORIE | Carlotta, “Ho trovato la forza di vivere con la mia arte”

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«Da brava ipocondriaca mi controllavo facendo check-up completi 3 volte l’anno».

La gorgia e un eyeliner a segnare uno sguardo, una proiezione spirituale che quasi lascia interdetto chi si ritrova a scoprire il suo mondo. Un’interdizione che è una prigione dorata e senza sensi unici. Tante direzioni, tanta voglia di conoscere. Carlotta Condemi racconta la sua storia e non mancano gli istanti in cui lo sguardo si fa più intenso, rievocando quel momento difficile in cui è tutto messo alla prova, in una discussione che è quasi un contenzioso con il domani.

«Un giorno hanno scoperto che avevo il cancro. Da lì in poi è stato un calvario».

Tutto si ammutolisce. Uno schianto alle membra che, di fronte a questa confessione, si fanno pietra. Non esiste indifferenza, tanto meno da parte di un ipocondriaco che rabbrividisce al suono di quella parola, il suo terrore più grande. Carlotta dà un nome al suo dolore e lo fa con impeto, desiderosa di tirarlo fuori. Esprimerlo, stanarlo. Una diagnosi che segna la sua esistenza, compromettendo equilibrio e abitudini. Un pugno allo stomaco che lascia spazio a un livido grande quanto un desiderio. Nel 2014 le avevano diagnosticato un tumore alla tiroide e per lei iniziò quel lungo percorso che l’avrebbe, un giorno, spinta a raccontare e cambiare. Un intervento. Da un letto di ospedale, Carlotta costruiva già il suo piccolo e immenso mondo di resilienza.

Arrivò lei.

Una notte, nel labirinto atavico e impenetrabile dei sogni.

«Aveva sempre gli occhi chiusi e non parlava. Le labbra tracciate di rosso e il silenzio. È stata la mia catarsi, la mia speranza. Mi ha aiutata a partorire il dolore».

In quei giorni difficili, una donna appariva nel sonno fino a diventare una promessa: non se ne sarebbe mai andata. Carlotta non era più sola. Appariva ogni notte, nei suoi sogni. Silente. La proteggeva, le dava forza. Una forza che non si era lasciata attendere, perché Carlotta era uscita da quell’ospedale vincente. L’intervento era riuscito. Da quel momento prendeva vita Nero D’Anima, che non era un semplice progetto artistico. Carlotta aveva scelto di rendersi immortale con un innocente tributo a quella donna, quella musa che si era fatta strada nella notte del dolore, quella presenza rassicurante e misteriosa. Evanescente. Eterna. Aveva scelto di dipingerla e offrirla al mondo.

«Tramite le mie mani il dolore sparisce  – racconta – come se quella donna riuscisse maieuticamente a farmi partorire il dolore. Togliendomelo. Rendendomi libera». Resta la paura, resta il trauma della paura di morire, di un’ipocondria che fa sembrare tutto più oscuro e complesso, insormontabile. Ma resta anche lei, la donna.

“Nero d’anima.
Nero come le molte notti insonni in cui son stata ad aspettarti. Invano.
Bianca, come la tua pelle che si confondeva con la carta dei miei disegni.
E rosso.
Rosso di quell’unico vezzo che ti concedevi.
Il rossetto”.

Oggi, quadro dopo quadro, quella donna vive ancora. Carlotta glielo deve, è stata protetta. Ora protegge. «È mia nonna – racconta – stroncata da una malattia tremenda. Mi dice di non demordere. È qui per me, ogni notte».  Sì, ogni notte quella donna arriva. Si adagia in qualche angolo del sogno e non disturba. Non infesta, non primeggia. Esiste. Le mani sono un veicolo per portare il suo messaggio a quanti non lo conoscono. Offre loro una chiave di lettura, uno spaccato sul suo piccolo e misterioso mondo, su quella donna dagli occhi chiusi.

Il 21 luglio 2016 aveva parlato di sé sul Tirreno:

“La considero un segno di speranza, una molla per andare avanti e inseguire una passione che faceva parte del mio vissuto. Da ragazzina era diverso, dipingevo le mani di mia nonna che soffriva di artride reumatoide: sognavo di donarle mani nuove“.

Oggi Carlotta sta bene. Ha vinto, e ancora conquista il suo percorso spirituale con un progetto artistico fatto di introspezione, catarsi e rappresentazione del conflitto tra dolore e forza. Lo fa dipingendo quella donna, per renderle omaggio. La porta con sé alle mostre, perché tutti devono sapere quanto possa essere bella la vita dopo un presagio di morte. Non c’è resa, non v’è spazio per la resa. Vi è, piuttosto, per delle linee che si abbracciano sinuosamente, tracciando i confini di un volto che riposa. Giace. Origlia.

Veglia, misterioso e silente. Con un rosso che segna le labbra. Chiuse come gli occhi. Ardenti come l’arte. Eterne come nulla al mondo.

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