RIFLESSIONI | La fine di una relazione

riflessioni la fine di una relazione

Spread your wings,
spread your wings.

Un capello fa capolino. Lenzuola mutilate di un corpo che tra loro riposava. Si contorceva estatico, felice e complice. Lenzuola che ora metto via perché quel corpo è uscito da questa casa, lasciando una voce tra le pareti, uno sguardo che sfidava il sole. Un sorriso che scimmiottava la luna, tanta era la sua perfezione. Un capello fa capolino e fluttua per qualche secondo fino a incontrare la mia mano, che lo accoglie protettiva. Era rimasto qui e aveva qualcosa da dirmi.

Una lavatrice per igienizzare. Osservo quei tessuti dall’oblò e non spendo parole. Non serve. Tutto rotea e i ricordi inseguono. Ritrovo quell’autoscatto catturato mentre imperava la notte, tra quelle stesse lenzuola. Ero inconsapevole che mi stessi guardando. Io guardavo l’obiettivo, tu guardavi me ed eri rapita. Osservavo l’immagine e davanti a te dicevo di voler augurare ad ogni uomo sulla Terra di incontrare una donna che lo guardasse così.

Ritrovo quel commuoversi mentre si univano i corpi, quando dalla penombra scorgevo il tuo viso nella sua espressione di piacere e gioia. Cuori che si ringraziavano, i nostri. Commuoversi perché l’amore univa e imperava. Toccare il cielo e crollare esausti, stanchi, e infuocati. Un abbraccio che non lasciava spazio. Corpi che si ringraziavano, i nostri.

Ritrovo te, piccola e immensa. Fragile e disillusa, disarmata. Ritrovo i tuoi demoni, le tue convinzioni di non sapere cosa fosse l’amore, inconsapevole di quanto in realtà ne stessi infondendo, di quanto apporto avessi instillato nella mia esistenza così monotona e vuota, così spenta prima di incontrarti. Ritrovo il tuo sentirti un mostro indegno. Il mio bellissimo mostro, ma degno. Ritrovo la tua paura.

Ritrovo te.

Lenzuola che ora asciugano, pulite. Non il detersivo, non l’acqua, non la temperatura. Tu. Tu le hai rese immacolate perché tra loro riposavi. Perché tra loro esistevi. Ora c’è silenzio e tutto è sbagliato. Farmi roccia è l’attitudine. Ora, però, sono uno scoglio. Resisti. Passerà. Non passa. Cambia. Sonno disturbato e tachicardia continuano a infestare la notte. Mi metto seduto e una mano sul petto si finge rimedio. Si fa strada, beffardo, il terrore di morire per tutto questo. Lo ritengo possibile e questa consapevolezza già mi uccide. I nervi perdono fibra e l’estate è un dolore che cresce. Picchio un pugno sul letto per scaricare la tensione. Non basta. Lo rifaccio. Una fitta alla testa e già sento i miasmi dell’Altrove. Mi lascio andare e torno sul cuscino. Tremo. Sudo. Perché? I miei occhi incontrano l’altro letto, dove riposavi. Dove esistevi.

Perché?

Nei miei deliri prego che tu non sia divorata dal mio stesso dolore. Non lo accetterei. Venga l’inappetenza, venga l’apatia. Venga la fortezza innalzata intorno a me come palliativo contro le indiscrezioni. Venga il silenzio, più che mai. Vengano i sogni nei quali ancora ci incontriamo. Anche se per litigare, anche se per parlare. Anche se per esistere. Venga la nausea e vengano le emicranie. Quelle forti. Venga tutto questo. Ma no, non venga il tuo dolore. Non lo meriti. Lascia che lo viva io, lascia che io lo conosca.

Restano le tue lenzuola e da esse mi lascio avvolgere. Forse è come abbracciarti ancora. In esse lascio che il mio disturbo ossessivo compulsivo prenda vita. In esse mi dimeno, sconfitto dal panico. In esse respiro e uso il diaframma, cercando forza. In esse ti ritrovo, perché sei sempre stata qui. Le ho lavate, stese. Ora mi accolgono. Sì, forse è davvero come abbracciarti ancora. Fa male, ma è tutto ciò che mi resta da fare.

Un capello aveva fatto capolino prima di metterle via. Voleva dirmi qualcosa, lo sentivo. Volevi dirmi qualcosa, lo sentivo.

Ho risposto «Anch’io».

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