IPOSTORIE | «È tutto nella tua testa. Smetti di pensarci»

nella tua testa

Non se ne viene a capo.

L’ipocondriaco, fondamentalmente, è immobile solo con se stesso, che cerca di aggrapparsi all’ultimo brandello di sanità mentale sbandierando il fatto di non essere l’unico al mondo a vivere in un perenne stato d’angoscia, di essere parte di un insieme di suoi simili sparsi qua e là sulla superficie terrestre. Ma questa altro non è se non un’anoressica consolazione.

La terribile verità è che, progressivamente, perderai credibilità agli occhi di parenti e amici i quali, a giorni alterni, impareranno a prendersi gioco di te e delle tue manie, finché l’unica frase d’incoraggiamento che riceverai sarà: «Smettila di pensare sempre alle solite cose: è tutto nella tua testa. È da una vita che dici di essere in punto di morte, eppure sei ancora qui». A te verrebbe da rispondere: «Ah, scusa eh, se nonostante la sensazione di gola ipertrofica indice di un imminente shock anafilattico, sto ancora respirando. Grazie, stronzo, per le tue parole da stronzo. Ora cerco tra i capelli il pulsante per spegnere l’ansia e tutto comincerà ad andar bene. Che stronza sono stata a non averci pensato prima». Ma puntualmente hai il respiro corto, per cui preferisci non replicare.

È cosi che va ogni volta, pressappoco.

E tu continuerai a combattere con i tuoi demoni ogni secondo della tua vita. Ininterrottamente. Sempre con la terrificante sensazione di aver intrapreso una battaglia già persa in partenza. Sempre con l’amara consapevolezza di essere destinato a soccombere. Ma quelli là fuori non lo sanno e non possono capirlo, per cui ti costringono ad uscire, perché «se continui a startene tutto il tempo in camera tua a guardare quelle stupide serie TV, finirai per impazzire completamente». Tu, allora, sforzandoti di non sottolineare il fatto che con quel “completamente” hanno lasciato intendere, per nulla velatamente, che il tuo processo di deterioramento psichico è già abbondantemente iniziato, ti fai trascinare in qualche pericolosissima avventura in esterna. E mentre sei lì, con un pugnale tra i denti, cercando di tener testa all’atavica paura di svenire miseramente in qualsiasi circostanza, per esempio, misurando la pressione arteriosa almeno tre volte al giorno, ogni giorno, appoggiando un paio di dita sulla carotide con nonchalance come fosse un modo intellettuale per manifestare interesse (ma tanto, nel profondo del tuo cuore, sai perfettamente che tutti si sono accorti che stai controllando i battiti), muovendo le labbra a mo’ di sorriso per assicurarti di non avere un ictus in corso (si sono accorti anche di questo), loro si avvicinano, ti mettono una mano sulla spalla, si stampano in faccia un’insopportabile espressione da sbruffoni inebetiti e ti dicono: «Hai visto che avevi solo bisogno di uscire un po’ e stare in mezzo alla gente?»

Lì, in quel preciso istante, riesci quasi a percepire l’embolo che sfiora le pareti delle tue arterie intracraniche producendo una sinistra melodia di archi e fiati. Poi strane idee si fanno strada nella tua mente, e ti ritrovi a pensare che Norman Bates, Jack Torrance e Annie Wilkes erano, in fondo, dei poveri Cristi.

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