SOTTOPELLE │ The party is over

the party is over

Da che ho memoria mi sono sempre piaciute le feste, che fossi invitata o imbucata non importa. Hanno sempre esercitato un fascino irresistibile su di me, ma posso anche dire che mi inducono in uno stato di agitazione inusuale. Se la compagnia è buona non penso, mi rilasso e mi godo l’atmosfera, le risate in punta di divani scomodi o troppo stretti per i tanti invitati, le sigarette (troppe) accese una dopo l’altra e gli incontri spettacolari con soggetti venuti da altri paesi mentali o emersi da inferi umani, che storia! Protagonista è sempre la musica, quando una festa ha la colonna sonora giusta, una playlist che –ammettiamolo- shazameremmo volentieri, il gioco è per metà fatto. E le vibrazioni da teenager che solo alcuni party sanno dare, ne vogliamo parlare? La folgorazione di lunghissimi discorsi su questioni riguardo alle quali non abbiamo spesso occasione di parlare per così tanto tempo. E la birra. La birra è un catalizzatore difficile da superare. Sei stato invitato a una festa che ha alcol indegno, che pare di essere nella cantina (se non nello sgabuzzino) di tuo zio che di cantina ha solo l’odore umido e con quel vino non ci si potrebbero nemmeno pulire i pennelli sporchi di tempera, o dove i nomi delle birre sembrano targhe ungheresi degli anni ’70? Scappa! Non va bene, la birra ha una sua dignità. Dunque dicevamo, compagnia perfetta, luce perfetta, musica on point… e alcol. La socializzazione, oggi è tutto. Anche ieri lo era ma ora permea tutti i momenti. Momenti social, sharing is caring, hashtag, brindisi geolocalizzati. Un attimo, mi sta salendo una sensazione strana e le persone iniziano a essere troppo vicine, i tavolini affollati da castelli di lattine, posaceneri strabordanti di mozziconi toccati da altrettante bocche, le voci si intersecano picchiandomi sul martelletto, le braccia allungate con gesto di bicchiere 0,40, tintinnio di vetri e colli, infiniti colli di bottiglia mi vengono incontro.Rapidi come gli occhi in fase onirica finale, progressivo tumultuo di stomaco, cosa vedo… qualcuno non ha un drink. Inspiro, mi guardo intorno, “guardati le mani” e fingo sicurezza con due file di avorio tra le labbra in un’espressione di plastica da pubblicità di dispositivi audiometrici: hanno tutti uno slancio di incontro e qualcosa che passa di mano in mano. Una bottiglia, salute!

Salute?

Bocche sul collo, non quelle di qualcuno sul mio, no. Quelle di non so più quanti amici, conoscenti, chiccazzosono, sul collo di bottiglie social e io che d’un tratto mi chiudo in un carapace misantropo di germofobia e calcolo le probabilità di beccare mononucleosi, cito-megalovirus. E il lisozima dove lo metti? Guarda che la saliva è il disinfettante per eccellenza (direbbe il Fabri). Me ne fotto, io prego quella bottiglia non arrivi sotto la mia faccia di pietra, che come faccio a dire che schifo a bere dove bevono gli altri? Che se mi offrono una sigaretta me la devo leccare da sola quella cartina, perché non voglio fumare i batteri degli altri. E che d’improvviso indago le bocche morsicate di quei due che mi dicono figa la scelta di questa location, ma più tardi finiamo a suonare in spiaggia e facciamo l’alba? No. Io vedo solo il tramonto di un’esistenza, la mia. Se tocco il collo di quella bottiglia, se le mie labbra si posano su quel vetro umidiccio e pullulante di malattia, forse questa sarà l’ultima festa e nella testa sento già le poche distorsioni e i cori pseudo-chiesa di E ti vengo a cercare di quando inizierò a incubare malattie impensate. Quanti cunnilingus si sono verificati questa sera, quanto vi siete lasciati andare, fottutissimi sconosciuti amici alcol-social in stanze sconosciute, incubo di un germofobico sull’orlo di una crisi di nervi, di un’infezione? Ragazzi, siamo liberi, ma la vostra libertà cessa dove inizia la mia fobia di bacilli e di gente che ha urinato molto (in media per ogni volume di alcol assunto) e lavato senza sapone le mani, sento un bisogno improvviso di leggere i termini clorexidina e sentire l’aroma agrumato dell’Amuchina. Per me la festa finisce qui. Gli altri possono pure proseguire il loro viaggio nel girone dei vettori inconsci di peste. Non fiori, ma opere di bene.

 

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