SOTTOPELLE │ La riva destra del fiume

la riva destra del fiume

Posare un fiore su quella tomba campestre, appena dietro la chiesa sulla collina. Poco dopo che la folla si fosse dispersa, al termine della funzione della domenica. Lui  non ci andava mai. Stava inginocchiato lì davanti con i palmi sull’alabastro ruvido e polveroso con aria persa. Dai rami del rododendro filtrava il sole che gli sfiorava la fronte a fargli sentire l’unica traccia di calore dell’intera settimana. La foto non c’era ma guardava comunque un volto chiaro stampato nella memoria. A volte in bianco e nero, altre coi colori veri della pelle e delle labbra, dei suoi occhi. A seconda del tempo, gli alberi gli spostavano i capelli ondosi con lo stesso ritmo con cui sbuffavano foglie o polline, fredde lame rame taglienti o in forma vaporosa di tepore profumato. La brezza e i capelli. Sulla riva destra del fiume con quella mano a giocare con le dita in un moto circolare quasi a sagomare i suoi pensieri. Seguendo il suono della voce e della corrente scorrere come la mano sull’addome, dritta come la strada lungo il viaggio per arrivare a quello specchio  d’acqua, dove potessero essere loro stessi; lui silenzioso, l’altro a riempire ogni istante quieto con i suoi “si può fare” e con i sussurri di sesso all’orecchio. Riusciva a stare sveglio alla guida, anche durante quei viaggi così apparentemente lunghi, perché aveva sempre aneddoti nuovi da raccontare. Perché quando arrivava il tempo di incontrarsi, si spogliava di quell’abito di rigore e della città ed era semplicemente ciò che si vedeva. Libero, aria, uomo. La musica, i contratti conclusi, il viaggio di un anno da organizzare. Al lato passeggero l’ascolto in silenzio, rispettoso. Non una parola della altrui storia avrebbe potuto prendere la direzione della carta lanciata fuori dal finestrino. Tutto era importante.

Ma delle cose più difficili non parlavano quasi mai. Esistere insieme accadeva solo in solitudine, lontani dei kilometri dal resto che non sapeva, non poteva sapere, non avrebbe compreso. Non i genitori, loro non opponevano nemmeno un pensiero al normale esistere di un uomo che ama. Come ama lui, ama lei, amano loro, chissenefrega.  Non importa la direzione del piacere, indifferenti i toni del godere. Era amore quella corrente sulla riva destra del fiume, sul sedile posteriore della vecchia Volvo Polar, l’elettricità dei corpi. La stessa di quando uno dei due decise che fossero i ladri a doversi nascondere, chi commette errori importanti e li copre da sempre, chi odia e finge bene, chi si edifica affondando gli altri. Non loro. Gli aveva raccolto la goccia rossa di vino dalle labbra rosee, incredule, non si poteva svelare qualcosa che il mondo non era ancora pronto ad accettare. Accettare? Qual accettazione? Non serve il consenso di nessuno per condurre la propria vita. Invece sì, ancora troppo forte la paura e troppo poca l’uguaglianza per le strade, quelle strade di provincia dove l’odore di torba rimane a mezz’aria nelle sere umide d’inverno inglese. Ma allora cosa hanno significato i silenzi e gli sguardi assordanti e le mani a chiedere un altro pezzo di pelle e cuore, ancora e ancora?

D’un tratto, lui silenzioso e introverso scoppiava in un fiume di parole mai udito prima, la diga dei pensieri straripava d’improvviso senza lasciare il tempo per ripararsi dai detriti che sul fondo di quella mente si sono depositati nel tempo. Non si poteva vivere la propria vita come pensava, la facciata non poteva cambiare, la gente non avrebbe capito. Tutti pronti a limitare quell’amore a un coito effimero e animale, ignari e ignoranti delle vibrazioni infinite e della capacità di vivere il mondo che in troppi credevano per pochi. Per chi? Pietre, vetri infranti, ora sì che faceva sentire la sua voce, ma non aveva mai tagliato come allora. Erano sempre state quiete atmosfere, accordo, canzoni. Troppo anche per la sua testa che stava per scoppiare. Poche lacrime, molto salate anche se il letto del fiume la cui riva destra li aveva visti ridere era dolce. Lontano da lì la casa sembrava improvvisamente troppo piccola per due. La porta di legno blu sbattuta con rabbia, il vialetto vuoto subito dopo, come se l’avessero prelevato dall’alto e materializzato altrove. Sparito il silenzio, sparito quel fiume in piena. Arrivata la paura. La notte vide il cielo schiarirsi dopo ore che sembravano più vite insieme e quella telefonata lo destò quando l’alba cambiava direzione  alle ombre degli oggetti nella stanza con la grande vetrata. Non avrebbe più guardato un albero di magnolia allo stesso modo. Seppur carico di fiori e gemme ancora pronte a dare la vita, il rosa di quei petali gli avrebbe per sempre ricordato la goccia di vino raccolta dalle labbra incredule e indisponenti. Il corpo senza vita di un amore non abbastanza forte pendeva da quei rami che parevano spezzarsi. Come osavano? Come ha osato l’amore togliere calore all’amore, non era solo la sua vita, eppure, toccando l’alabastro ruvido vicino al rododendro non sapeva ancora cosa fare. Chiedere scusa, domandare perché, aspettare un perdono che sotto la terra non aveva più un senso, guardare il cielo, cercare per sempre la sua riva destra del fiume.

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