SOTTOPELLE | Biancofumo

biancofumo

La mia ossessione per i colori. Maledetta ossessione.

Ricerco ripetutamente quella perfezione che si disegna nelle situazioni più imbarazzanti. Non sono in grado di avvertire un suono se questo non include una propria pigmentazione, non sono capace di ricambiare uno sguardo se questo non colora. Il cinema è diventato un problema: non sopporto il bianco e nero. Non sempre mi conquistano trama e fotografia, è lo spettro dei colori l’elemento che mi deve coinvolgere. Possono morire tutti, ma la triade primaria non deve mancare. Chi mi conosce sa che non scherzo. Perdonatemi, ma ho bisogno di un buon dosaggio giornaliero per vivere. Amo le rose che al risveglio incontro sul mio terrazzo, amo le tinte calde e accese della colazione. I gusti, anche i gusti. Forse gli odori.

Forse esagero.

Dicevo: ricerco ripetutamente quella perfezione che si disegna nelle situazioni più imbarazzanti. Sì, perché mentre ti osservo non vedo colori. Provo a spostarmi lungo il perimetro di questa stanza, la luce è di sicuro la causa di questo bianco e nero. Ce ne vuole di più. Accolgo il sole scostando le tende. È notte, mi volto. Ti guardo. Niente. Non colpisci, non coinvolgi più. Inudibili i tuoi suoni, immobile il tuo sguardo.

Incolore, tutto.

Capisco, mentre dormi non puoi controllare cosa accade intorno. Per questo faccio per allontanarmi e lasciarti riposare.  No, voglio restare ancora. Caccerò la gente da qui ma io non me ne andrò, non stanotte. Non potrà succedere ancora a lungo, non può un colore svanire in un battito di ciglia. Mi faccio coraggio e mi avvicino. La mia mano sui tuoi capelli. Scorre, scivola. Le mie labbra sulla tua fronte. Si chiudono, schioccano. Ancora dormi, ancora sogni. Un po’, in questo, mi somigli. Cerco di accomodarmi sulla tua poltrona preferita, eppure mi sento ancora dell’inquietudine addosso. Mi preoccupi, ancora. Non puoi immaginare il mio sforzo. Osservarti e attendere al buio, è disumano. Guardo fuori. Ancora notte.

Incolore, tutto.

Nessun rumore, nessun suono, nessuna via di fuga da tutto questo. Resta solo l’attesa. Fingo di non pensarti e resto immobile. Su questa poltrona. Le gambe accavallate, il mento sul pugno chiuso. Ecco, concentrandomi posso udire qualcosa. Quell’orologio. Scandisce, infesta. Non è totale, dunque, questo silenzio. C’è un tempo che lo vessa e umilia, come accade sempre. Provo a suddividere i tocchi delle lancette in quarti e ottavi. Tento di ammazzarlo io, questo tempo. Raccolgo quella decina di battute e ricomincio cercando ora i pari, ora i dispari. Niente da fare, esso vince anche su di me.

Devo guardare fuori, devo farlo.

Non posso attendere che i tuoi colori facciano ritorno senza, nel frattempo, guardare fuori. Scorgo qualcosa, finalmente. È insignificante ma so accontentarmi. La luna, qualche nuvola, una manciata di stelle. L’estate. Stranamente mi conforta. Abbozzo un sorriso ma accade qualcosa.

Un vociare, qualcosa che mi distoglie dalla notte. Allora resto in ascolto, collaboro con l’autocontrollo e mi volto. Le voci sono più intense, ti guardo. Non coinvolgi, credo. Poi osservo il tuo petto. Si gonfia, torna sulle sue, e ora si gonfia di nuovo. È strano, voglio avvicinarmi. Avanzo ma ci sono delle persone. Sei figure dinanzi a me. Mi impediscono. Ancora voi? Non rispondono. Rantolano, ridono. Devo oltrepassarle, devo farlo. Sei, sono sei. Poi ti sento, al di là di quel muro sinistro. Farfugli, sospiri. Tu, il tuo letto, le sei persone. Io. Si fanno da parte e non rimango a cercare un motivo. Mi precipito e ti raggiungo. Ti vedo, mi vedi. Mi coinvolgi, ora sì, lo fai enormemente. Ti tendo la mano e tu guardi oltre, cercando i miei occhi.
Poi ti fermi e immobilizzi le occhiate. La tua bocca spalancata, il petto che si gonfia. Un suono, un sibilo. Il petto che si sgonfia, lo sguardo inchiodato. Un respiro.

Quello della fine.

Qualcuno irrompe, sono due persone. La luce che si accende. Ora sì, coinvolgi. Il tuo colore, eccolo. Non è bianco, non è rosa. Mi ricorda la neve che arde, qualcosa di mai visto. Non ci sei più, mio corpo. Ora posso andare. Lascio quelle sei persone ridenti alle mie spalle, lascio quelle due persone che ora si stringono al tuo capezzale.

Corpo mio, eri perfetto. Debbo lasciarti, non vorrei farlo.
C’è del Bene in ogni cosa, forse anche in questo.
Forse esagero.

Ricorderò ancora il colore della neve che arde, il colore del mio corpo.
Il bianco fumo.

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