SOTTOPELLE | Con le tue mani sporche – p. 2

cltm p2 mask

Leggi la Parte Prima

«Avevo ancora le chiavi».

Mi ridesto e so che sarà per poco. Ti guardo e sono ghiaccio. Una colata di gelo mi rapisce. Sei qui, hai usato le chiavi che ancora conservavi e hai voluto svegliarmi, perché devo essere cosciente prima di morire. Io, paralizzata sul divano, guardo te in piedi. L’ascia ancora tra le tue mani, ma c’è dell’altro.

È sporca di sangue.

Il tuo volto, i tuoi abiti e i tuoi capelli sono intrisi di sangue. Sei il Demonio, lo dicono i tuoi occhi fissi su di me, che vibrano di follia. Hai il respiro corto, rantoli e digrigni i denti.

Fallo. Devi farlo, io non ho speranze, devi trovare la pace. Devi porre fine al nostro tormento, devi liberarti. Fallo. Vedo il tuo inferno spingere dalle tue interiora, bussare sui tuoi muscoli per infliggermi la fine. Riesco solamente a scuotere la testa con velocità, movimenti brevi ma rapidi.

«Ti prego… »

«Taci!»

Dici questo mentre ti pieghi minacciosamente su di me. Poi continui la tua litania di morte.

«Io ti amo! Io ho fatto di tutto per te, tu mi ripaghi lasciandomi! Mi fai schifo!»

La tua furia nella tua bocca. Ad ogni sillaba mi spari saliva e sangue sul viso.

«Perché? Perché mi lasci? Perché?»

Inizio a piangere. Sei un abito nero, sei la notte in tempesta, sei la mia fine.

«Non trovi risposta, vero? Dove si nasconde? Dove? Dov’è lui

«Ch… chi?»

«Non mentire!»

Un colpo d’ascia sui vinili e tutto crolla. Ritorni a me.

«Lui! Dov’è?»

«Non c’è nessuno!»

«Non viene a salvarti? Dove si nasconde?»

«Non c’è nessuno! Di chi parli?»

La tua ossessione. Quella notte ci lasciammo. Dal giorno dopo, nel tuo cuore, io avevo un uomo. Mi dicesti di saperlo, di averne le prove. Avevi sentito un altro profumo in casa. Non era vero, ma tu avevi le prove. Un altro uomo nella mia vita e tu fuori. Meccanico. Matematico. Lasciarti voleva dire scegliere lui. Per questo schiantasti la tua furia sul mio viso inzuppato di schiuma.

Per questo ora sei qui, con quell’ascia che userai su di me per sezionarmi, distruggermi.

«Hai sangue dappertutto. Perché?»

«Non ti riguarda!»

Tuoni il tuo inferno e non mi lasci fiato. Accade qualcosa. Il tuo corpo vibra e la tua espressione si distende. Il tuo respiro rallenta e con esso l’oscillazione delle tue braccia. Scoppi a piangere e io ritorno pietra. Le lacrime scorrono lungo le tue guance, solcando la pelle e facendo breccia sul sangue coagulato che invade il tuo viso. Autostrade della follia, ora, uniscono i tuoi occhi alle tue labbra. Sei una maschera di disperazione. Il mio senno vacilla, brancola in un buio fatto di incredulità. Piangi e mi guardi, supplichevole. Sollevi il capo verso il soffitto e chiudi gli occhi, sospirando. Hai bellezza anche in questo, ma vuoi uccidermi e non dimentico. Il tuo sguardo torna su di me, che da questo divano non riesco a muovermi né a pronunciarmi.

«Torna con me… farò tutto quello che vuoi… »

Tutto si ferma e tutto si fa frenetico. Mi risparmierai ma so che mi farai morire lentamente, nel tempo. Le tue mani grondano sangue e non sarò di nuovo tua. Prego ogni astro di non farti ripetere quella richiesta. Devi andare, devi ritrovare la pace e so che puoi farlo. No, non tornerò tra le tue braccia. Non chiedermelo, non pretenderlo. Non pensarlo. Sei fuori di te e sai bene che non sarò io a ridarti una vita.

«Sarò una persona diversa, non lasciarmi… »

Menti. Tornerai nei tuoi scompensi emozionali dopo poche ore e mi farai morire, ancora. Sono immobile ma so che mi basta un gesto, un impulso per riscoprirmi acqua.

«Io ti amo… »

Ecco. Non avresti dovuto dirlo. Ora le tue lacrime si fanno insopportabili e con esse la tua voce. Sentire parole d’amore evacuare dal lezzo di quel fiato marcio di bugie, di egoismo e ossessione non si può tollerare. Improvvisamente desidero vederti ardere, bruciare. Voglio sentire i miasmi della tua carne spargersi come olio. Desidero godere della tua fine, perché non avresti dovuto osare. Non di fronte al mio cuore lacerato, non di fronte alla mia anima logora e spenta, prigioniera. No, non usare quelle parole.

Bastarda, non usarle.

«Io ti amo… »

No. Non avresti dovuto. Le forze fanno ritorno e riesco a levarmi in piedi. Ora ti sto di fronte e so che sei maleodorante. Sudore, sangue. Meriti l’inedia, meriti l’abbandono. Eppure vorrei accarezzarti un’ultima volta. Porto le mie mani sul tuo viso e raccolgo il tuo sguardo pieno di pietà. Chiudi gli occhi e continui il tuo pianto. I pollici che massaggiano le tue guance, il tuo naso, le tue labbra. Condivido quella porpora che nasconde le tue espressioni, la faccio mia e non mi rifiuterò di continuare. Ti accarezzo e inclino il capo ora destra, ora a sinistra. Ti guardo e abbozzo un sorriso.

Poi afferro i tuoi capelli e tiro con forza.

«Io ti odio! Io ti odio! Ti odio!»

Ora so che vuoi uccidermi, perché hai dischiuso gli occhi. Sento che tutto si ferma, ora, per ripartire con la frenesia di una furia inarrestabile. Brandisci la tua arma e per te divento una bestia da macello.

Mi colpisci una gamba e il sangue fuoriesce copioso.

Gridiamo entrambe. Chi per odio, chi per dolore e paura. Sento le membra lacerarsi ed esplodere, bruciare di innocenza. La gamba pulsa e con essa le mie tempie. Esausta, continuo a gridare. Tu rantoli, grugnisci e ringhi. Impugni quell’ascia e la dedichi al cielo, pronta a farla precipitare su di me, di nuovo. Sulla mia testa. Colpirai lì e crederai di farmi di nuovo tua, di avere il mio amore per sempre. I tuoi muscoli si lasceranno andare ad un nuovo stimolo, feroce. Concentrerai il tuo inferno su quelle tue braccia forti e inquiete. La mia testa salterà via, lontano. Tu troverai la pace.

Poi la vedo.

Hai distrutto la mia collezione di vinili, ma tra gli scaffali c’era qualcosa. È precipitata sul pavimento e ora la guardo. Ti presentavi in ufficio con una rosa e mi sorridevi, chiedendomi scherzosamente se un giorno l’avrei usata contro di te. La portavo rigorosamente nel cinturone, ben sigillata e con la sicura. Tu la rosa, io la pistola.

Ora la vedo e devo essere veloce. Sento che sto per perdere i sensi, perché con quell’ascia mi hai quasi tagliato di netto la gamba. Le tue braccia inaugurano la discesa e l’aria è violata, penetrata. L’atmosfera sibila, stride.

L’esplosione.

Una voragine sul tuo petto, poi l’eruzione del tuo cuore. Svuotato, dissanguato. Morto. Resti con gli occhi sbarrati e mi guardi per un’ultima volta. Forse vorresti dire qualcosa, perché le tue labbra si muovono ossessivamente. Il tuo corpo si prepara all’atterraggio e so che avverrà su di me. Non faccio in tempo a scansarmi.

Sei sopra di me, morta.

Un gemito di dolore al contatto, quando il tuo peso si adagia goffamente su me distesa. La gamba arde e picchiano le vene. So di essere un lenzuolo candido e quasi inanimato, perché le mie energie volano lontano e lasciano spazio all’immobilità. Ancora, gli odori, infestano il mio perimetro e non mi danno tregua. Sudore, sangue, bruciato. Trattengo il fiato e mi affido alle mani. So che liberarmi di te non sarà facile, perché non seguirai i miei movimenti. Allora stringo le tue spalle e stropiccio, così, la tua maglietta. Riesco a sollevare parte del tuo busto e mi aiuto con i reni, per spostarti di lato e riprendere il respiro. Un tentativo. Ci siamo quasi. Due tentativi. Il tuo viso sulla mia spalla. Sbuffo, sudo e mi mordo il labbro inferiore.

Tre tentativi. Sei lontana da me, finalmente.

So che dovrò strisciare. Le mie mani si fanno ventose, la gamba sana un ausilio. Dunque sono rettile, e come tale striscio. Devo andar fuori e chiedere aiuto ai vicini. Cinici e sordi da non sentire né il delirio del corridoio né le grida. Né lo sparo, nemmeno quello. Sono cometa, perché al mio passaggio lascio una coda. Sangue. Ho bisogno di un’ambulanza, l’emorragia non si arresterà. Per questo striscio e mi spingo verso l’uscita; presto sarò nel corridoio e potrò chiamare i vicini.

Hai lasciato la porta aperta, grazie.

Non voglio più pensare, solo uscire. Sono sull’uscio ma devo fermarmi. Una poliziotta in cerca di aiuto. Io. Una poliziotta con il telefono in assistenza. Io. Una poliziotta imprigionata dall’amore di una donna folle. Io. Amore mio, ventiquattro anni i miei, quarantuno i tuoi. Eppure eri così bambina, così fragile. Tanto fragile da volermi uccidere. Mi domando se esiste amore nella sudditanza. Me lo chiedo ora che finalmente ho raggiunto il corridoio e posso guardare il muro dinanzi a me. Sei morta e avrai la pace. Mi lasci nella mia guerra, ma non importa.

Mi volto e mi ottenebra la paura.

È un mondo aberrante, e ora posso vederlo. Si manifesta quando la scena si fa donna e schiaffeggia l’intenzione. Quella di salvarsi. Non è più il sangue, non più il sudore né l’impiccagione dei sentimenti. Ciò che vedo è un sentiero perverso e senza via d’uscita. Speravo nell’accoglienza una volta giunta alla sua porta, nel suo accorrere con mani e braccia materne per chiamare i soccorsi. No, invece. È un mondo aberrante, quello che vedo riflesso negli occhi della vedova Rossini. Sono occhi esanimi nei quali riesco a specchiarmi. È riversa sul pavimento, con gli occhi paralizzati dal terrore, la bocca spalancata e un grosso livido sulla fronte. Sulla sua schiena, invece, una grossa ferita. Ha tentato di fermare lei, lo so. Ha tentato di difendermi. Ora giace qui, accanto alla mia porta, con occhi inconsapevoli. Chiudo gli occhi e prego il mondo di non divorarla più.

Li riapro e li vedo.

Lui, il signor Ricci e il suo abito gessato, impeccabile. In prospettiva, oltre la vedova Rossini. Ricci giace in un angolo, con discrezione. Le gambe spalancate in avanti, sul pavimento; il busto poggiato tra le due pareti e la testa sfondata da un colpo d’ascia. Il sangue è un salice, dai suoi capelli al petto. Spietato. Poi quell’atroce sensazione. Riprendo a strisciare e lo vedo. Quel passeggino riverso, disteso su un lato e senza conducente. È un sentiero perverso, perché mi basta sporgermi di più per incontrare il piccolo Gioele, la creatura dei coniugi Ricci che tanto avevano sognato. La posizione supina, le gambine ben distese, le braccia aperte verso il cielo e le manine chiuse in due timidi pugni. Quel musetto spento, senza vita né pietà. Ancora porpora, tanta porpora anche su quell’angioletto senza colpe né malizie. Sulla tutina, su quel viso immacolato.

Sì, ora voglio morire.

Ora, bastarda, ti chiedo perché non sei stata in grado di uccidermi, di farmi a pezzi. Incapace. Sapevi che mi sarei salvata, sapevi che mi sarei ritrovata in mezzo a questo lago di sangue. Sapevi che non avrei sopportato il corpo di un bambino colpito a morte dalla tua furia senza senso. Sapevi che avrei pensato io a farmi fuori. Per questo ora mi volto goffamente e non attenderò che i sensi scivolino via: ho riposto la pistola nella cintura, per abitudine, e ora mi eliminerò. La estraggo e osservo il soffitto. La mano impugna e dirige verso la mia fronte.

Sospiro.

Vorrei rassicurare ogni essere umano: l’amore esiste, e ora potete vedere cosa per amore non si deve fare. Amate, ma siate prudenti. Non abbiate brama, non siate avidi e non lasciatevi ossessionare. L’amore è meraviglioso. Non si uccide in nome di esso, non si batte violentemente una persona per darle amore e chiedere amore. Non si uccide in nome di esso. A nessuno è permesso pretendere, perché di pretese è pieno l’odio. Non deve esserci infezione alcuna. Baci, sguardi ed empatia, questo. Le parole, poi, sono testimoni. Considerate il tono con il quale vengono emesse, liberate. Considerate lo sguardo che le accompagna. Se ad esse non si accompagna un’occhiata, un battito di ciglia, allora avrete di che dubitare.

Niente è per sempre, senza amore.

Il pollice sul grilletto, la canna sulla mia fronte.

Uno, due.

Poi un suono.

Sto sognando, già assaporo l’Aldilà. È così pieno di bambini, l’Altrove.

Tre. Devo premere. Non mi tormenterai anche dall’altra parte, promettimelo.

Poi un suono, un vagito.

Poi un altro vagito. Il pianto di un bambino.

Gioele.

Gioele sta piangendo.

Il piccolo Gioele.

Sta piangendo.

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , ,

One thought on “SOTTOPELLE | Con le tue mani sporche – p. 2

  1. […] Leggi la Parte Seconda […]

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *