SOTTOPELLE | La strada, la notte, la paura

strada notte paura

C’è qualcosa nel viaggiare su strada che mi inquieta, specialmente dopo il calare del sole. Sarà forse il fatto che d’improvviso tutto viene coperto da un manto buio e i contorni perdono confini netti, sarà la paura di ciò che non posso più vedere e la capacità delle luci giallognole dei fari di distorcere la realtà assieme alla mia mente. La strada, la notte, la paura. È questione di un attimo, la linea di mezzadria diventa salvifica direzione e unico appiglio nella tenebra. Non ha senso, immagino, trattenere il fiato e affondare gli incisivi nel labbro inferiore, assecondare curve e tornanti, immaginare lepri, cinghiali o uomini spuntare improvvisamente dal guardrail, dalla natura circostante e fiondarsi sotto il paraurti dell’auto in corsa. Non ha senso sentire le pulsazioni del polso col pollice della mano destra, deglutire per dirsi vivi. Non ha senso questa paura innata della notte in movimento. Sembra che il nero intorno mi strappi il controllo del mondo e faccia tremare cuore e arti superiori e inferiori, ne ricerco il calore sfregandoli alla superficie quasi estranea dei pantaloni, della gonna, di ciò che copre la pelle ansiosa. E i percorsi che non conosco mi minacciano ancora di più, dove andare, perché e quando si arriva sono parole ridondanti nella confusione di paura e paranoia, del viaggio.

Un tempo non era così. La strada mi cullava quando ero passeggero e non dovevo curarmi di stare sveglia e all’erta, quando le guance si facevano rosse per il calore disperso nell’abitacolo e la musica in sottofondo era un carillon. Anche quando la brezza tiepida estiva sprezzante mi spettinava restituendomi un aspetto ribelle o quando semplicemente mi andava di cambiare aria. Correvo. Proprio una corsa, però, ha smantellato le sicurezze e la fiducia in me e nella strada e nella notte. Una corsa, un’ultima corsa. È infatti a quella che attribuisco il patema idiota della sensazione di “ultimo viaggio” che ogni trasferta medio-lunga ha assunto per me oggi. L’ultima corsa di un’ambulanza che portava via un amico malato terminale dalla quiete del suo nido rifugio, quella che davvero fu per lui l’ultimo viaggio lungo una strada che ora detesto con tutta me stessa. La paura ha questo nome, il nome di questa storia e di questa strada che l’ha portato via, e per la quale è tornato in modalità “addio”, in un feretro. La strada ingiusta, una strada maestra di niente.

Da allora, ogni qualvolta la percorra mi si aggrappa un ratto metaforico alla gola, con le zampe mi gratta lo sterno e mi infetta con la sua peste i pensieri, mi lucida gli occhi. Una notte sono riuscita a resistere per quasi 97 km al ricordo nefasto, alla paura, ho deglutito milioni di volte mentre guidavo, alzando e riabbassando il finestrino per ridarmi aria, fingendo di cogliere il romanticismo di un cielo stellato oltre l’abitacolo e sopra di me. Poi il panico. Parestesia, paura, pulsazioni esagerate (merda, tutte parole con la p). Stringevo e riaprivo la mano destra che nel frattempo si faceva fredda e umida di sudore, prima di perdere sensibilità sino alla spalla, poi dall’altro lato, insieme al tremore e al freddo che fa battere i denti. Il petto che scoppiava sotto il giubbotto che ora mi si era fatto gabbia strettissima. Il respiro aveva superato da molto il ritmo di un tamburo impazzito e la mente era un banco di nebbia. Ferma. “Forse anche il tuo viaggio sta giungendo a termine”, tanto, ormai non sento più le braccia e la parte superiore del cranio sembra un ombrellino di carta rosa leggero dentro un cocktail ghiacciato. La cintura è l’ennesima costrizione che non appena sganciata mi dà un istante di fiducia.

Su, dai, scene simili si vedono nei film. Di solito i personaggi hanno a portata di mano un sacchetto di carta dentro il quale respirare a lungo, ma non io. Io quel dannato sacchetto di carta non ce l’ho! Sento una spinta bollente esplodere dal basso del petto verso la gola come un getto di vomito, sono le lacrime che mi tagliano in due e che, soltanto una volta sgorgate, mi restituiscono pian piano vita e sangue ai piedi e alle mani. La mia voce è irriconoscibile, come se mi avessero congelato le corde vocali a contatto diretto col ghiaccio e si fossero lacerate, rendendola stridula e acre. Solo un urlo disperato mi riporterà alla (pseudo) normalità. Una reazione violenta e tristissima alla paura e alla perdita di controllo delle cose. Quella notte ho realizzato le emozioni che dovevano aver fatto compagnia al mio amico nel suo ultimo viaggio, senza respiro e ossigeno, con una bombola che ne dispensava troppo poco, fatto con gli occhi rivolti al cielo perché in posizione sdraiata, come se dovesse essere giudicato da un essere superiore. E io, quella sera sentivo che qualcuno mi aveva guardato, come fece lui verso il cielo. Forse lui stesso, mentre piangevo e tremavo da far pena. Che figura ho fatto? La figura di chi custodisce troppe fette di mondo e sensazioni dentro. Basta respirare, eh? Basta pensare che andrà tutto bene. Certo, come no. Se quella notte non avessi avuto qualcuno che non appena scesa dalla macchina mi avesse stretto e fatto comprendere che quell’inferno sarebbe passato, mi sarei abbandonata all’idea di raggiungere il mio amico, all’idea che non avrei pernottato nell’albergo verso il quale ero diretta, che non avrei mai preso ben quattro aerei il giorno dopo e che non avrei mai visto l’autunno nel rosso delle foglie vanitose riflesse sull’Adige. Ce l’ho fatta. Non so ancora come. La strada mi fa sempre paura, perché mi ricorda un non ritorno. Ma sono grata a quell’abbraccio che in qualche modo mi ha fatto tornare alla base alla quale pensavo non avrei più fatto ritorno.

Tagged , , , , , , , , , , , , , , ,

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *