SOTTOPELLE | Con le tue mani sporche – p. 1

con le tue mani p1

È un mondo aberrante, quello che vedo riflesso negli occhi della vedova Rossini. Sono occhi esanimi nei quali riesco a specchiarmi.

***

Avevi roteato gli occhi. Poi avevo scorto il loro biancore, quando per la tua leggerezza si erano sollevati verso il cielo. Avrò di che incupirmi, quando penserò all’estate. Ogni anno, dopo la primavera. L’inferno.

In una notte di zanzare e parole c’erano le tue gambe, timidamente nascoste in quei calzoncini corti. Bianche, candide e forti. Accavallate con eleganza e prestigio per la tua immagine. Tra le lacrime ti osservavo nella tua attenzione rivolta alla Luna. Eri nella penombra di quel balcone. Amavamo parlare all’aria aperta al calare delle tenebre, quando dalla cucina ancora fuggivano i profumi del detergente, del limone e del repellente per insetti. Un bicchiere di birra, qualche sigaretta, un po’ di musica come collante e tante, tante parole. Mi ero costretta a parlare, a porre fine ai silenzi, alla guerra fredda. Eppure mi perdevo nella tua possenza, immaginando una notte diversa. Osservavo e volevo morire.

La città sonnecchiava, e con essa il vento. Un’aria ferma, decisa.

«Non ti amo più»

«… e dunque ciò che mi colpisce è l’indice di gradimento di certa spazzatura che passa in televisione. Ci siamo liberati solamente delle televendite sexy che fino a qualche anno fa gli adolescenti… »

«Per me è finita. Non ti amo più, è la verità»

«… ma ora c’è Internet. Chiunque può avere facile accesso ai siti porno. Pensa, ne ho visitato uno proprio ieri, ci sono le prestazioni suddivise per categorie, roba da matti!»

«Mi stai a sentire?»

«Pensa, i miei si scandalizzavano perché a tredici anni avevo il poster di Pamela Anderson nuda appeso in camera. Per loro era scempio!»

Sorseggiavi la birra e parlavi, senza sosta. Il tuo sguardo ignorava la Terra, un pianeta sul quale sostavo io. Tu non ci facevi caso, cercavi la Luna. Troppo bella e luminosa per non essere ammirata. Raccoglievi ogni suo cratere e lo facevi tuo, perché io non ero più tua. Questo, però, lo ignoravi. Nella mia insicurezza notavo una realtà, cristallina come il mare di Sardegna: fingevi di ignorarmi. Le tue mani erano troppo impegnate per posarsi sul tuo petto e metterti a nudo, confessare. Sarebbe bastata una tua apertura, una tua predisposizione all’accettare.

«Ah! I cari vecchi vinili!»

La tua ossessione per l’attualità delle cose, non per le nostre.

«Vedi, abbiamo una bella collezione in soggiorno, in questo sei stata un genio. Non disdegno la compressione digitale, ma vuoi mettere la sensazione di una puntina su un solco? Mi chiedo ancora come sia stato possibile procurarsi tutti quei dischi dei Pink Floyd e dei King Crimson… »

«Ascoltami… »

«Oh, lo so! Mercati interattivi, acquisti su Internet. Concedimi: comodità sì, ma la soddisfazione di comprarli in negozio è impareggiabile!»

Avevi riso, superiore. Quella risata che sapeva sovrastare anche il boato di un terremoto. Avevo abbassato la testa per lottare con me stessa, per non darmi per vinta. Respiravo e sospiravo.

Poi il tuo silenzio.

Era come l’indugiare di un grilletto pronto a scoccare. Un fiato trattenuto. I nostri respiri sibilanti, compromessi dal vizio del fumo. Non un’auto, non un passante che fendesse quel silenzio tra noi. Mi ero strofinata il viso lentamente e avevo lanciato il mozzicone nel vuoto.

«Non ti amo più»

Avevi roteato gli occhi. Poi avevo scorto il loro biancore, quando per la tua leggerezza si erano sollevati verso il cielo. Avrò di che incupirmi, quando penserò all’estate. Ogni anno, dopo la primavera. L’inferno.

Poi mi avevi spruzzato la birra sul viso per mettermi a tacere. Con labbra e guance grondanti di schiuma avevo ripetuto quella frase.

«Non ti amo più, è finita»

La tua levata in piedi e l’approssimarsi di quel tuo gesto, di quella tua furia.

Del resto lo so. Ora in questo appartamento, in queste quattro mura che un tempo erano il nostro nido d’amore, tu vuoi farmi fuori. Ho sentito i tuoi passi arrivare dal corridoio e ho sentito quei tonfi, perché volevi entrare. Ho lasciato il mio caffè sul tavolo e sono venuta alla porta, pronta ad accoglierti con serenità per restituirti le tue cose, per dichiararci pace e magari fare l’amore un’ultima volta per non lasciare che l’odio e la rabbia gettassero il disincanto. Il disincanto di un cigno. Tra le lacrime ti avrei chiesto di perdonarmi e di dimenticarmi, ma anche di non odiarmi. Io non ti odio, non sono in grado di farlo. Non sono le tue minacce, non sono le tue telefonate ossessive, niente di ciò mi allontana da te. Io non ti amo più ma so che vivi nel panico, da quella notte. Per questo ti accolgo ancora oggi. Ora, però, vuoi uccidermi.

Ho sentito quei tonfi e mi sono avvicinata alla porta. Arrivo, ho detto. Hai bussato con insistenza. Poi lo spioncino e la paura. Le luci al neon difettose che illuminano a intermittenza, il tuo affanno illuminato irregolarmente da quei bagliori imprecisi. Il tutto distorto dal vetro sferico di quella piccola feritoia. Quell’oggetto, poi, tra le tue mani. Le tue spalle che si sollevano e si adagiano di nuovo, accompagnando il respiro e reggendo il peso di quell’artificio, quel suggello della tua ferita. Del tuo amore di odio asperso. Hai digrignato i denti e le tue orbite si sono gonfiate, furenti. Allora ho cercato la ragione di tutto questo, mentre mi facevo pietra con le mani inchiodate a questa porta blindata. No, non è l’amore. L’amore non ti fa brandire un’ascia, non ti fa uccidere. Ho fatto un balzo a ritroso e ora sono qui, al centro di questo soggiorno con gli occhi sbarrati e le mani tra i capelli.

«Che vuoi da me?»

«Apri!»

Bussi con l’impugnatura, con l’odio. Ho il cellulare in assistenza e non ho una linea telefonica, questo è quanto. Mi resta la voce. Vedo quella porta vibrare ad ogni tuo colpo e i sussulti non si contano più.

«Apri!»

«Vattene!»

Sì, quella notte ci fu l’approssimarsi di quel tuo gesto, di quella tua furia. Ti levasti in piedi e schiantasti la tua mano sul mio viso. Era il tuo orgoglio, era la tua disperazione, lo so. Hai qualcun altro, sei la solita egoista, tu non apprezzi ciò che ho fatto per te. Non ne porto i segni, ma tu sei sempre là fuori e vuoi uccidermi. Perché? Non ho le forze per chiedertelo. Domando a me stessa, però, cosa muove le tue mani che impugnano quell’oggetto di morte. Mi farai a pezzi, infierirai su questo corpo che facesti tuo più volte, che accarezzasti con la poesia di una passione incontrollabile. Mentre ferisci i miei sensi con quelle parole piene di violenza e follia osservo la casa. Il tavolo. L’avevo imbandito per quell’invito a cena, il primo. Tu ti presentasti con delle pizze e fu divertente, perché mangiammo tutto. Il soggiorno. Questo divano, dove facemmo l’amore per la prima volta e fu intenso, perché liberammo tutto. Mi guardasti negli occhi e mi dicesti di amarmi, sebbene ci conoscessimo da poche ore. I nostri corpi fluttuavano, i nostri baci confermavano. Ti amavo anche io, già da quel momento. Mi avevi preceduto, solo questo. Poi le nostre nudità abbracciate nella notte, risvegliate al mattino dalla voglia di fare l’amore ancora, e ancora. Il balcone. Iniziò tutto con un bacio timido prima, ardente poi. Poi il divano. Il balcone. Tutto è finito con un silenzio timido prima, violento poi.

«Aprimi!»

«Mi stai facendo paura! Va’ via!»

Mi resta la voce. Mi resta la musica. Eppure qui, al centro del soggiorno, le mie mani tra i capelli non intendono muoversi. Sono pietra, sono cristallo, sono piombo immobile. Sono anche acqua, perché mi rendi vulnerabile. La porta sussulta e io con lei. Controllo il respiro. Fallisco.

Poi il mio sguardo mi guida e li vedo.

I dischi, la tua cura. La nostra. Raccolgo le forze e libero le mani, libero i capelli. Mi volto verso gli scaffali e osservo dal basso, nel terrore. Tu batti ancora, imperi. Infesti. Poco dopo ha inizio il fruscio.

Tu batti ancora, imperi. Infesti. Echoes dei Pink Floyd, la tua preferita. Ti piaceva ascoltarla dopo aver fatto l’amore. Dicevi di riuscire a raggiungere le galassie, le costellazioni. Il piano, la chitarra, il basso. E tu, nel tuo odio. No, hai interrotto il tuo picchiare. Forse stai respirando, forse davvero i tuoi occhi e le tue mani hanno capito. Sento la pace esplodere. Lacrime, ora, inumidiscono l’orrore. È finita, la musica ci salva come sempre. La porta non vibra più, la tua furia ha cessato di stridere. Hai capito, devi lasciarmi in pace per avere la tua pace. Mi hai fatto paura, devi saperlo. Eppure non riesco ad odiarti, non mi sento di farlo. Muovo alcuni passi verso di te, verso l’ingresso che in quest’ultima ora mi ha tormentato, minacciato e offeso. Mi arresto a pochi centimetri dal tuo inferno e stringo i pugni per cercare il coraggio. Ti guarderò da quella fessura di vetro per cercarti, ma voglio accertarmi che tu non ci sia più. Non devi uccidermi, devi trovare la tua pace.

Ma non la meriti.

Hai stravolto la mia vita con la tua predisposizione alla morte. Sapevi condizionare ogni mio pensiero fino all’immobilità, la tua. Tu non apprezzi ciò che ho fatto per te. No, non lo apprezzo e mai lo farò, perché tu mi hai prosciugato il respiro, l’hai rubato e ne hai abusato. Niente è stato fatto per me. L’amore nei primi mesi, l’abitudine per tutta la vita, fino ad ora. Raccoglievi ogni mia debolezza e la maneggiavi con superbia. Hai saputo sfinirmi più di quanto riuscissero a fare dodici ore di lavoro al giorno, quando tornavo a casa e non trovavo una carezza, un conforto che nemmeno avrei dovuto desiderare. Solo tu e il televisore, le tue proteste perché la fame ti attanagliava e io non avevo le forze per mettermi ai fornelli. Tu non mi ami, mi dicevi. Ti alzavi furente e ti chiudevi in camera, con due mandate. Sì. Mi costringevi a dormire sola, in quel soggiorno intriso di odore di fumo e sudore. Poi in te ritornava il sereno e mi imploravi il perdono. Ti presentavi in ufficio con una rosa e mi sorridevi. Ti preparavo un caffè perché non potevo perdonarmi di vivere nell’insoddisfazione e causarti dolore. Non meritavi i miei bronci e le mie lacrime, meritavi la pace. Si tornava a casa insieme, si faceva l’amore. Tutto, però, ricominciava con tempestività. Restavi nel tuo vizio, nel tuo capriccio. Rovistavi nel frigorifero e davi fondo alle scorte. Mi aspettavi per chiedermi da mangiare, senza darmi il tempo di riposare accanto a te, di prendere fiato e tenerezza. Quella sera, poi, ti dissi di quel posto da lavapiatti che si era liberato al ristorante.

Poco dopo mi ritrovai al pronto soccorso.

Il polso fratturato, il dolore lancinante al cuore. Ti domandai perdono, perché con quella proposta avevo come insinuato di poterti aiutare senza il tuo consenso. Aiutarmi? Sì, aiutarti, ma avevo esagerato. Volevo vederti felice, sollevarti dal quel torpore in cui questo Paese ti costringeva, ma avrei prima dovuto chiederti quale fosse la tua idea. Raccolsi la colpa e piansi, e tu mi chiedesti di fare l’amore.

Oramai non mi andava, perché sapevo di non amarti più.

Il polso guarì ma non il cuore. Poi quella notte sul balcone, la tua indifferenza, poi la birra sul mio viso e la tua furia.

«Ti odio!»

Grido. Tu non ci sei più. La musica ti ha fatto capire e ora non mi aspetti più là fuori, con quell’ascia. Sono bastati pochi minuti per farti capire che mi hai già uccisa, lentamente. Farmi a pezzi non avrebbe cambiato le cose. Da pietra mi faccio piuma e cammino verso la porta. Le mie mani sul legno, poi il viso contro lo spioncino. Un sospiro.

Guardo.

Non ci sei più, sono libera.

Mi lascio andare e mi accascio. La schiena percorre la parete. Piango e so che lo farò per ore, o forse no. So che voglio dormire. I nervi, la paura e l’amarezza gonfiano le tempie, indeboliscono il corpo e vuotano lo stomaco. So che voglio dormire e lo farò nel divano. Mi lascio sprofondare, adagio il mio corpo come un peso morto e mi assopisco.

È il pianeta delle rose, quello che amo percorrere. Ogni mio passo incontra il candido senza violarlo, perché quassù vi è poca gravità e niente viene schiacciato dal passo dell’uomo. In questa distesa cammino leggera e non calpesto. Accarezzo. Ogni altura, ogni albero, ogni città è cosparsa di rose. Dicono che non vi è appassimento. Ogni fiore è qui da sempre e per sempre sarà. Mi sposto lungo la distesa e guardo il sole. Non acceca. Corro e i profumi mi accolgono. I miei capelli sono ali, io sono vento e l’aria delle rose è il mare, calmo e fortissimo. La mia velocità è premiata: ad ogni passo un profumo. Sono cristallo in caduta libera dal Sole verso la Terra, tanta è la mia velocità, la mia libertà. Corro e conquisto un villaggio, un bambino che mi guarda incuriosito, una vetta e una metropoli. Il mio passaggio non lascia solchi, perché sono leggera. Inciampo e prendo peso, precipitando. Un gemito di dolore. Scompaio tra le rose e torno su, puntellando i gomiti per cercare una ragione. Riemergo tra i fiori. Sì, sono sprofondata tra le rose, e le rose hanno le spine. Mi feriscono. La pelle si lacera in più punti e le mie mani conducono la danza del sangue. Mi levo in piedi e osservo.

Un’ascia, nascosta tra i fiori, mi ha fatta inciampare.

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