SOTTOPELLE | Tutto quello che conta

tutto quello che conta

Arrivata la sera tutto si ridimensiona, chiusi i discorsi, chiusi i conti e abbassata la saracinesca sul giorno, esce nel freddo del buio delle nove stringendosi nell’ultimo scudo che le rimane. Passi che si susseguono in successione quasi perfetta, i suoni scanditi più volte sottovoce e sincopati con l’aria che esce umida dalla bocca e gli occhi catturano le luci giallastre festive, tante. Ripete nella mente quei flash, che lasciano spazio a immagini di persone che non conosce. Nel frattempo attraversa le strisce pedonali come un automa, alzando la mano come per dire grazie per la grazia di non averla scambiata per un birillo. Sempre un pensiero apocalittico dietro l’angolo, la sciarpa le pizzica il mento e le ricorda che le manca qualcosa. Le manca sempre qualcosa. Le manca riempire quel tratto di strada in cui conta i passi e scandisce i suoni che sente, uno due tre quattro cinque sei sette otto, accompagnandoli con il contatto delle punte delle dita tra loro. Se ci fosse qualcuno non avrebbe tempo di dedicarsi alla sua ossessione. Il suo hobby horse. Tutti ne hanno uno, l’aveva letto in Sentimental journey through France and Italy di Laurence Sterne, anni prima. C’è chi guarda, osserva -per esempio- immagina l’odore della pelle delle mani sotto i guanti di pelle, il colore delle unghie smaltate, di quello che hanno toccato e stanno per toccare; anche quella è una piccola ossessione, pensava. Lei lo sapeva che tutti questi erano rituali, ne aveva diversi in diversi momenti della giornata. Quelli del risveglio: il bussare alla mente delle insicurezze, già sveglissime, e la richiesta di riuscire “almeno oggi” a non cedervi, il peso dell’inadeguatezza calato come una coperta su tutto il corpo e le intenzioni la notte prima.

Lava via un pensiero davanti allo specchio e asciuga il viso che non le piace, non si piace con la maschera né quando la sveste. Ha di che pensare quando si osserva, il naso piccolo non basta se poi di profilo è curvo, la pelle rovinata dagli ormoni le cambia l’età, il sorriso la entusiasma sin quando non schiude le labbra e gli occhi si assottigliano e così con più tasselli del puzzle di corpo. Il seno piccolo ha un segno particolare che non vede più nessuno, che altri seni più grandi sono più ambiti e invitanti è un’idea fissa aggrappata lì da anni. Bello quel tatuaggio sul fianco, sopra una delle tante cicatrici che non si vedono ma ci sono. Bello il tatuaggio che come muove il bacino sembra prendere più colore. Bello il tatuaggio se ci fosse, ma non c’è. Proseguono anche sotto i tasselli del puzzle, il monte di Venere – anche quello che non vede più nessuno- come piace? Con pochi peli ma presenti o rasato che fa molto baby o molto donna che sa cosa vuole? Come fa a saperlo se tutti vogliono qualcosa di diverso? Che poi, è davvero così importante? Ci dovranno mica fare un documentario? Mica è come per la barba degli uomini che può dare fastidio se troppo ispida o meglio senza, che dimostri meno anni. Chissà. Labbra, qualcosa o qualcuno le aveva detto qualcosa riguardo le sue labbra e da lì iniziò a pensare che forse non andavano bene, che fossero troppo vistose, le piccole e dunque anche le grandi. Usciva dalla doccia con una mano che la copriva davanti anche quando tra l’acqua e l’accappatoio c’era solo lei e lei sola, che brutta, diceva. Una volta aveva visto un’amica con una figa migliore della sua. Rasata, non si vedevano le labbra e non aveva mostrato un briciolo di malizia nel chiederle se secondo lei avesse posizionato bene il tampax, che domanda bizzarra. Era vergine e senza imbarazzo di volgarità sentite sin da piccola, senza doppi sensi detti taglienti e senza poco rispetto alle spalle. Lei invece la copriva ripetendo “non guardarmi” quando usciva dalla vasca. Che aveva bisogno di conferme anche per quello. Come se poi chi doveva darle queste conferme fosse mai stato un adone, una replica delle statue di Fidia, ma ne aveva comunque viste tante e belle.

Eppure una notte ebbe una sensazione raggelante, come un flashback, ricordo in bianco e nero grigio sporco, più sporco forse che grigio, nel suo tocco le parve di percepire un odore di memoria. Una memoria che odorava di qualcosa che forse era chiusa a chiave in un cassetto vecchio di legno tarlato, umido. Un tocco di chi non doveva toccare. Quella notte aveva sentito come l’odore altro nella pelle, il fiato, il tocco del suo uomo. Da quell’istante non fu più suo per sempre. Per sempre non avrebbe mai tollerato si verificasse più. Potevano ingannarla gli occhi ma non le sensazioni. Aveva temuto che, se ne avesse parlato con un terapeuta, avrebbero potuto scoprire con l’ipnosi o trucchi simili qualcosa che lei non avrebbe mai desiderato sapere. Insomma anche in quel luogo che per lei rappresentava la purezza, quel prolungamento della mente da cui partiva l’amore passando per l’anima, quasi staccato dallo schifo del mondo di sempre alla fine era “difettoso”. Anche lì poteva essere migliore. Ma quando ci nasci in un modo non puoi tagliare come per comporre un collage, hai già tutto posizionato, posizionato male? Lunghi questi momenti allo specchio in cui guardava la faccia arrossata dall’asciugamano sfregato con forza per cambiare ciò che non le piaceva. Faccia, gli occhi le piacevano, non l’avevano tradita mai. Benedizione! Per chiudere il giga puzzle i piedi le piacevano d’estate quando erano abbronzati o quando glieli accarezzavano, dunque solo d’estate.

Era tornata da poco a casa ed era intenta a soffiare gli spaghetti appena arrotolati in modo perfetto, il sugo che non poteva far nascere fraintendimenti. Il muro non poteva dir niente. Il film sottotitolato in inglese veniva guardato distrattamente, ogni dialogo permeava nelle orecchie e veniva registrato e assorbito, ma gli occhi vedevano un altro film. Ora non ricordo di che film si trattasse. Ad ogni modo, dopo il pasto accompagnato da pensieri , si diresse ai fornelli e fece per chiuderli più e più volte. Una due tre quattro cinque sei sette otto. Il pomello sotto le dita in senso circolare la faceva sentire sicura; chiudere il gas era una sicurezza che si curava di curare alla perfezione. Lo faceva perché c’era un pensiero apocalittico sempre dietro l’angolo. E poi pensava che qualcosa o qualcuno avesse sempre in serbo qualcosa per lei.

Che poi, se il gas avesse riempito lo spazio della piccola cucina sino al’ultimo centimetro, non sarebbe stato un danno, cioè, alla minima azione, scintilla, mossa, intenzione, sarebbe diventata luce giallo/arancione e poi rumore e poi polvere e poi urla e poi paura e poi ancora polvere e poi persone che si affacciano con le orecchie doloranti dal fragore ai balconi e poi storia delle persone saltate in aria e poi i sorrisi e tutte le ultime azioni delle persone che al piano della piccola cucina vivevano e poi la vita scandagliata. Ma l’erba del vicino è sempre la più verde, il vicino ha una macchina nuova che tu vorresti comprare, quando il tuo tempo sta per scadere, è allora che tu vuoi rimanere vivo. Lo diceva una famosa canzone indie-rock di una band scozzese che amava tanto. E questo era un po’ il senso paranoico rituale dei suoi pensieri ma così veri, che anche i “normali” queste cose dovevano averle pensate ogni tanto. Almeno quando lo spirito avesse preso possesso dei loro pensieri, con il viso allegro e gli occhi serrati di sorrisi stupidi e pacche sulla spalla gratuite. Forse, perché forse questo significava caricare le azioni degli altri di significato, non sapeva quanto poi contassero.
Ma in quegli stessi giorni aveva capito quando “basta così col dare”, ché le persone la svuotavano, come diceva Bukowski e ogni tanto aveva bisogno di allontanarsi per ricaricarsi. Ma era amore, si trattava di amore. Non si capisce? Amore senza ritorno, perché quel “basta col dare” non lo rispettava mai, con i suoi rituali e i suoi hobby horses e pure non aveva però paura di dare, mai, a nessuno. Ma peccava. Peccava nei suoi stessi confronti , e lo sapeva. Lo sapeva che non si dava mai, non dava mai a se stessa il minimo riconoscimento, lavorava sodo ma non si riconosceva niente. Si faceva, e bene, perché così si doveva fare. E più si impegna a dare agli altri più si toglie, più si sforzava di colorare i pensieri di ciò che vedeva, più diventava neutra lei, non dico bianco e nero ma grigio sporco o sporca di grigio fuliggine paura rituale insicurezza. Però si era frenata, aveva deciso una volta di porre un freno a quel dare, per ritegno. Per imbarazzo e per non sembrare troppo, perché era troppo. E anche sapeva che non avrebbe avuto la stessa riconoscenza, non era una colpa, non si può pensare di ricevere tutto ciò che si dà, se lo si fa deve essere funzionale, e per lei lo era. I giorni in cui non portasse fuori ciò che le scoppiava dentro erano giorni persi, pesanti di emozioni accumulate, squarci animali senza filo sufficiente per cucirne lo strappo, crepe sul cuscino per la testa pesante, mascara sciolto su guance che non le piacevano, perché non le toccava più nessuno. Cosa poteva placare quel tormento? Lo aspettava, diversamente da quanto si potesse pensare, sapeva bene di cosa si trattasse. Aveva un nome. Non era chimica, era carne. E sarebbe arrivata. Bastava contare. Uno due tre quattro cinque sei sette otto… mila. Ecco.

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