ipostorie pasqua

Pasqua 2016. 

Sono stati giorni di abbuffate, resurrezioni, strette di mano, baci, rimpatriate, abbracci, buona Pasqua a te e famiglia, un grosso augurio di cuore a te e i tuoi cari.

Certo. Mentre Gesù risorge io schiatto di prepotenza. Sabato sera trascorso tra una birretta e una pizza. La Domenica di Pasqua inizia il delirio. Alle 9 di mattina il campanello trilla insistentemente per annunciare l’arrivo della zia che vive oltremare e ha deciso di trascorrere le feste in nostra compagnia. Mia madre l’accoglie calorosamente, mio padre la fa accomodare.

E io? Ricordate: la zia che vive oltremare. Per raggiungerci ha preso un traghetto, è entrata in contatto con i passeggeri e con i loro batteri. Ha fatto uso di servizi pubblici, ha poggiato le sue mani su ringhiere e maniglie infette e ha incubato ogni infezione per poi venire qui, darmi due baci sulle guance e magari starnutire, tossire e infestare casa con il Male. Maledetti sbalzi termici, dice. Mi fa una carezza e mi dice che mi vede cresciuta, dimagrita, più bella. No, cara zia. Io sto morendo e tu sei la causa. Il campanello suona di nuovo. I cugini con il figlio.

Il bimbo starnutisce insistentemente e la madre fatica ad articolare i vocaboli per un fastidioso mal di gola. Una maledetta influenza sta girando nella sua scuola, ed ecco che la trasmette a me. Vero, bello di mamma? Sto male, voglio fuggire. Martedì riprenderò a lavorare e non posso permettermi incubazioni insulse e forzate. Hanno portato un dolce fatto con le loro mani. Sì, le loro mani intrise di Male. Mia madre sorride, ringrazia e lo ripone nel frigo. Non sono un fisico, un chimico e tantomeno un medico, ma quel dolce nel frigo di sicuro infetterà il resto del cibo conservato al fresco con i germi che quelle mani malate hanno inoculato negli impasti. Ci si siede a tavola. Si mangia. Microparticelle di saliva da ogni orifizio destinato all’eloquio che sento insinuarsi nei miei tessuti. Cerco di stare lontana dal bimbo ma non c’è verso: il piccolo cucciolo d’uomo viene preso in braccio da tutti e io non posso tirarmi indietro, sarebbe vergognoso.

È l’ora del dolce e mia cugina si offre di tagliarlo e distribuirlo. Un colpo di tosse, una porzione. Un colpo di tosse, una porzione. Addento l’intruglio di pan di spagna, cioccolato, crema pasticcera e zucchero a velo e nella mia testa già volano le note del mio Requiem.

Ancora non posso immaginare l’arrivo del colpo di grazia. Si rompono le uova di Pasqua e i pezzi di cioccolato fondente, al latte e alle nocciole vengono messi al centro della tavola e tutte le mani si affollano per attingere e contagiarsi.

J. ! Occhio alla salmonella nelle uova! Ecco, non vi avevo parlato della simpatia da cabarettista di mio cugino, al corrente della mia ipocondria e sempre pronto a provocarmi dubbi e ansie. Gli sorrido con odio e – mannaggia a me – gli dico che le uova di Pasqua non sono uova di gallina. Che c’entra? – mi dice il genio – Sempre dolci sono. Nei dolci ci sono le uova. Nelle uova può esserci la salmonella.

No, non è vero che tutti i dolci contengono uova.

In ogni caso ho annullato i miei programmi per la pasquetta.