RIFLESSIONI | Lettera al mio organismo

lettera organismo

Ciao,

sai, con questo titolo mi sento un po’ Vasco Brondi, ma a te non importa perciò lascia perdere e prenditi il tempo che ti serve per dedicarti a questa missiva.

Bighellonavo per casa con la premura di non passare bruscamente da un ambiente all’altro, per evitare sbalzi termici che avrebbero compromesso di certo il mio equilibrio intestinale. Si sa, è sempre delicato da quando ho superato la soglia dei 25 anni e intendo preservarlo, dosando gradualmente il nutrimento e la guerra delle temperature. Sei stanco, lo so. Io lo sono quanto te, perché sei tu ad avermi stancato. Puoi corrugare la fronte o sollevare gli occhi (i miei) al cielo, puoi pensare di sentirti stanco a tua volta per colpa mia. Non mi interessa.

Convinciti che quel cablaggio di nervi deve riassestarsi. Convinciti che spesso vado in corto circuito e sento di impazzire. Sii te stesso, non fare il corpo che crede di essere malato inoltrando segnali di cose inesistenti. Finisci questo gioco, portalo a termine. È durato troppo. Ho capito la lezione: è difficile tenerti sano in questo mondo pieno di radiazioni, inquinamento magnetico e batteri allocati su ogni superficie. È difficile, inoltre, starti dietro. Mi punisci con colite, emicrania e tachicardia, facendomi pentire di ogni movimento compiuto, ogni cibo ingerito e ogni extra (una sigaretta, una birra, un dolce) assunto. Mi rendo ridicolo agli occhi degli altri con tutti i farmaci che porto appresso ogni volta che mi trovo ad uscire di casa, e tu che fai? Continui a borbottare.
Sai di essere peggio di una vecchietta che sputa sentenze dal pulpito dei suoi infissi sgangherati, vero?

Se decido di non sfogare la rabbia sappi che non intendo cambiare per te. Timidezza, rabbia repressa e fobie sono affari miei e del mio spirito, non tuoi. Fa’ il tuo dovere: fammi respirare, pompa il sangue, fammi digerire e svolgere regolarmente tutte le funzioni primarie. Le sensazioni sono mie, lasciami la priorità. Smetti, una volta per tutte, di sorprendermi nelle giornate speciali.

Mi dici ancora di essere stanco. Lo sono anche io e fidati, ho la premura di metterti in salvo ad ogni allarme. Convinciti che non ho il vantaggio di abitare vicino ad un ospedale, convinciti che non ho alcun medico tra i famigliari e che non dispongo di mezzi finanziari per sottopormi a controlli presso strutture private. Accettalo: ricorro quasi sempre alle ASL e i tempi di attesa sono quelli che sono, perciò rilassati. Accettalo: i miei esami del sangue non presentano anomalie. Ho la cura di evitare cibi che so di non riuscire a digerire, ma puntualmente mi presenti il conto anche solo per un bicchiere d’acqua. Basta, davvero. Ripeto: ho imparato la lezione, e di questa non v’era bisogno. Smetti di farmi sentire ridicolo quando parlo della mia ipocondria al medico di base per ottenere solo un sorrisino ed essere ignorato. Non ci sono patologie, non trarmi in inganno ogni volta. Non mi imbottirò di farmaci come in passato, è bene rammentartelo.

Smetti, una volta per tutte, di giocare col mio inconscio.
Una bella accoppiata, la vostra.

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