10COSE | Le 10 cose da dire a un ipocondriaco

dieci cose da dire

Fermi tutti. Ci sono dei tabù, ok? No, non avete capito. Questo non è un dialogo, queste sono delle norme insindacabili che vogliono disegnare un profilo chiaro, di quelle robe che gli anglofoni chiamano “for dummies”. Una lista di cose da fare, sia per gli ipocondriaci che per gli sveglioni sanissimi che stuzzicano le ansie altrui, involontariamente. In sostanza, ciò che andiamo a vedere nelle prossime righe deve essere seguito con religioso rigore, per aiutarci a scongiurare almeno una bella fetta delle future crisi. Queste 10 cose vogliono essere una sorta di risposta alle 10 cose da non dire a una persona ipocondriaca.

Potete sedervi, ora. Si comincia.

1) Mi succede la stessa cosa.

Gaudeamus igitur! Il malcomunemezzogaudio è una linfa vitale, perché l’ipocondriaco sa di non essere l’unico bipede sulla crosta terrestre a patire i sintomi di una malattia che, di certo, prenderà il suo nome. Se qualcuno di voi condivide anche mezzo sintomo con noi, sappiatelo, ci sta salvando la vita. Il meccanismo si fa più sopportabile, la vita diventa bellissima, il sole, il mare, il vento, il cielo. Anche il vostro cane potrebbe prender parola e dirvi che state facendo un grosso passo per la vita altrui.
Non mi interessa, a me le cose vengono in modo diverso, ho detto.

2) Se dovessero servirti, ho qui con me delle medicine.

Esattamente! Una sfera di cristallo ci protegge quando portiamo appresso – o chi per noi – gli adorati 500/1000 emmegì di paracetamolo, o i 2/4 milioni di concentrato di fermenti lattici. Si chiama respirare. Senza dimenticare il ketoprofene, il naprossene sodico o, talvolta, piccole dosi di cortisone. Voi individui sani, sapete perché? Perché il Male ha deciso di scartavetrare i tessuti intimi di noi ipocondriaci sin dalla nascita, tallonandoci a mo’ di stalker, in modalità photobomber quando ci sottoponiamo ai canonici esami del sangue. Siate pronti a una nostra richiesta di almeno uno di questi principi attivi.
Allora, io ho sempre le mie, hai capito? Se poi sei fornito anche tu significa che sai che sto male e non vuoi dirmelo. Bravo, bell’amico. T’ammazzo.

3) Sono un medico.

Richiesta di matrimonio, adozione, congiunzione delle anime e patto di sangue garantiti. Voi siete la speranza, perché vostro è il Regno dei Cieli. Grazie a noi non patirete mai la fame, perché saremo sempre pronti a chiedervi un consulto su ogni nostra patologia diagnosticata da Google (va be’, c’è qualcuno per caso che usa Bing? Cioè, ditemelo) e accetteremo ogni vostra impegnativa, perché sempre cara ci fu la vita, ora più che mai. Siete un medico, siete la nostra cura. Lasciatevi abbracciare con annessa genuflessione, lasciatevi adorare.
Fregacazzi, se sei un medico mi credi ancora meno. Complimenti.

4) Ti vedo bene.

La lusinga più semplice e determinante. Sappiate che qualora diceste il contrario noi cadremmo in un’agonia ineluttabile. “Ti vedo bene” implica un nostro aspetto esteriore curato, posato e cristallino. Nessun colorito sospetto, nessun segno di sofferenza sul viso, nessuna andatura sciancata che lascerebbe intuire un qualche disagio sconosciuto. No, ci vedete in forma e noi in forma staremo.
Lascia stare, ci vedi male.

5) Eppure sei ancora qui.

Ecco. Colpiti e affondati. Forse è la parte più delicata del nostro how-to, perché con questa frase ci dite il vero. Mi viene in mente quell’Urban Jungle, la serie socio-antropologica sulla fauna urbana, specie quando sul finale si spiegava in che modo difendersi dalla categoria presa in esame. Ebbene, per difendervi da noi ipocondriaci potreste sottolineare, dunque, che nonostante i nostri dichiarati anni di ipocondria e malattie diagnosticate per congettura noi siamo vivi e vegeti. Ammettiamolo: sentirsi schiantare sul petto (in senso figurato, diamine) una tale verità per noi è un colpo basso. Avete fatto centro, ci avete appena detto che la nostra ipocondria è una perdita di tempo.
Gne gne gne, come siamo originali.

6) Ti capisco, l’ho passato anche io.

Bene, qui possiamo riferirci di gran lunga al punto 1, ma c’è di più: l’esperienza. Se ci dite questo, significa che l’avete superata e ora potete raccontarla. Potrebbe succedere anche a noi, anche se nell’inconscio sappiamo di aver contratto quel malanno nella forma più grave e irreversibile. Dettagli. Ciò che sottilmente ci rasserena è che non siamo unici nel nostro male temporaneo (?), dunque esistono precedenti in persone a noi vicine (voi) e anche casi di guarigione. Vivremo nei periodi di infezione con la speranza di uscirne, nonostante la consapevolezza di un’imminente morte dovuta al male del momento. Nemmeno un raffreddore è così banale. Ancora, fatevi abbracciare veementemente.
Fatti stringere ancora di più, dai. Voglio darti affetto, giuro.

7) È normale.

Adorato amico mio, compagno conviviale di scambi di vedute, libagioni e confessioni segrete, grazie. So che non dimentichi che io sia ipocondriaco, so che non trascuri il fatto che io stia per morire e che quanto ti scrivo siano le mie ultime volontà, ma ancora grazie. Eppure in questo modo fai breccia nel mio pessimismo e mi fai scorgere una possibilità di fuga. Se quanto accade a me è normale allora significa che, a quanto pare – non vi sono anomalie in ciò che il mio corpo si ritrova ad ospitare nel corso della mia degenza vissuta tra le mura di casa. Per noi ipocondriaci la normalità non esiste, o meglio è un sogno lontano. Tu, con due comunissimi vocaboli, mi dai speranza. Mi dici che un mal di testa può essere normale. Non ci avevo mai pensato.
Falla finita, normale è tua zia.

8) I tuoi esami sono normali, li hai ripetuti più volte e i valori sono ottimi.

La verità è questa: mi sono affidato a specialisti, prelievi ed esami generici e i risultati mi danno per sano. Un processo ripetuto più volte e sempre con lo stesso risultato. Non resta che rassegnarmi e accettarlo: la mia è solo una fifa inumana. Il parere di più esperti non può non essere un fatto sicuro, perché altrimenti sarebbe tutta una congiura contro di me in nome della menzogna. Siamo tanti al mondo, l’intero sistema sanitario non può cospirare contro la mia persona col solo scopo di farmi foraggiare le sue casse. Sono tecnicamente sano, lo dicono gli esami cui mi sono sottoposto per anni, non può essere che così.
Non mi fai ridere, spostati.

9) Fa’ qualcosa per distrarti.

È forse tra i consigli più preziosi. Difatti è dimostrato che la mente impegnata non lascia spazio alle ansie. Noi ipocondriaci abbiamo bisogno di tenerci occupati, per destinare la concentrazione in qualcosa di totale e diverso. Solo in quel modo ci renderemo conto che le ansie arrivano nei momenti di riposo e svago, quando la mente è disimpegnata. Distrarsi significa vivere, respirare. Amico, è un ottimo consiglio, un’ottima dritta per dimenticarmi delle mie paure, per rendermi conto di stare bene. So per certo, poi, che quando lavoro non sento alcun sintomo di alcun male immaginario.
Certo. Difatti gli attacchi di panico, la tachicardia e i capogiri non arrivano a prescindere che io sia impegnato o libero. Rispondimi: perché non muori?

10) Non preoccuparti, son qua io.

Avere comprensione e sostegno rigenera i sensi e acquieta la pressione. Non mi sento solo, ora, e so che qualunque cosa dovesse accadere tu sarai pronto a intervenire. Mi dici che se non devo preoccuparmi significa che non ho niente che non vada, e ti rispondo sorridendo. Metto una mano sulla tua spalla e ti rendo omaggio con un “grazie” sentito e sincero. Sei qui e hai cara la mia pelle, forse più di quanto l’abbia cara io. Sto morendo e tu lo impedirai. Mi dici che non sto morendo, che è solo ansia. Ti do ragione, dovrei smettere con queste paure. Non vivo più e tu me lo fai capire. Grazie, mi dai molto conforto.
Ma mi stai anche rompendo i coglioni. Ti sto dicendo che sto male da 72 ore e tu con ‘sta nenia che non ho niente. Piantala di prendermi per fesso e chiama l’ambulanza. Chiamala, ho detto.

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