INTERVISTE | Un’infermiera racconta gli ipocondriaci

riflessioni infermiera

Si è mai chiesto, un ipocondriaco, che opinioni ci siano da parte di chi si trova nell’opposta barricata? Sì, siamo sicuri di sì. Per questo abbiamo pensato di sentire una voce diversa. Taccuino, penna e Amuchina. Abbiamo poggiato la nostra curiosità sul tavolo di una stanza asettica e siamo rimasti in ascolto. Cosa pensa un’infermiera di noi ipocondriaci?

1. Descrivi brevemente chi sei, dove lavori e di cosa ti occupi.

Sono un’infermiera professionale, lavoro in un ospedale da circa 3 anni, per la precisione 5 se consideriamo il tirocinio. Per lo più lavoro in pronto soccorso, ma ho lavorato anche nel reparto di degenza breve.

2. Durante il tuo lavoro hai mai avuto a che fare con pazienti ipocondriaci?

Sì, tante volte. Davvero tante. La cosa bella è dopo un po’ di esperienza li riconosciamo ancora prima di visitarli, ma non perché siamo dei veggenti… perché li conosciamo, passano più tempo da noi che a casa propria.

3. Come vi comportate quando vi imbattete negli ipo?

Dipende. Qualcuno (stremato dai turni) cerca di fargli capire che intasare il pronto soccorso non è una cosa giusta per chi sta male, altri ci ridono su. Tutti vengono visitati, con le dovute tempistiche.

4. Secondo te perché molti di loro non si fidano del proprio medico?

Da un lato penso che molti abbiano l’immaginario del medico di base come un dottore “fallito”: senza una specializzazione, buono solo a staccare ricette. Dall’altro l’ansia e le paure dell’ipocondriaco lo portano a non fidarsi di un solo parere, soprattutto se non appoggiato da un esame (analisi, rx oppure altro) anche quando non necessario. Cose che ovviamente nello studio di un medico di base raramente si riesce a fare. Quello che forse qualcuno non sa è che non solo molti medici di base sono anche specializzati, ma che per poter avere quel “ruolo” sono necessari anni di studio e di corsi universitari e che comunque non si tratta di dipendenti diretti delle aziende sanitarie, ma di medici convenzionati che offrono determinate prestazioni a titolo gratuito proprio perché convenzionati.

5. Come va trattato un ipocondriaco soprattutto in un ambiente come l’ospedale, secondo te?

Il primo passo è cercare di tranquillizzarli, e non è affatto semplice! A volte bisogna spiegare anche il criterio del triage se viene dato un codice bianco e azzurro e poi cercare di infondere sicurezza (tosta anche questa) come – se non di più – per gli altri pazienti.

6. Post-diagnosi: paziente dimesso, tutto ok. Che succede?

Succede che spesso alcuni sembrano poco convinti della diagnosi e arrivano a richiedere prestazioni diagnostiche o consulti con specialisti, anche se sono stati visitati da medici qualificati che non ritengono opportuno ricoverare o approfondire ancora. In questi casi finisce col paziente che nei giorni successivi consulta altri specialisti, anche privatamente, magari torna nuovamente in pronto soccorso al minimo sintomo – pur se innocuo – chiama il medico di base o interroga 6 generazioni di farmacisti.

7. Un caso di ipo che ricordi?

Un paziente che si era tagliato male un’unghia, spezzandosela. Aveva il terrore della setticemia, ha aspettato 6 ore in codice bianco per farsi vedere e per sentirsi dire che sarebbe bastata acqua ossigenata. Non convinto chiedeva in continuazione se sarebbe stato necessario tirare l’unghia e se rischiava un’amputazione. Ovviamente voleva le analisi del sangue complete.

8. Cosa consigli ad un ipocondriaco alle prese con le proprie paure?

Banale, ma direi: se possibile sentite prima il vostro medico, cercate di fidarvi di più, di farvi visitare di persona e meno al telefono se potete, e soprattutto se la paura prende troppo il sopravvento parlatene con uno psicologo, perché non si è sempre in fin di vita! E ricordate che il pronto soccorso, soprattutto se non avete niente di grave (direte voi, a capirlo, ma se un medico dopo visita vi tranquillizza con spiegazioni chiare dovreste farvene una ragione) non fa sempre bene. Dentro ci sono anche malati ‘veri’! Ancora, cercate meno su Google o su siti di medicina a distanza, perché una buona visita a volte è migliore anche di un inutile esame.

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