RIFLESSIONI | In costante tensione

in costante tensione

Il disagio, l’ansia e il senso di pericolo possono debilitare ogni respiro e farci convertire in fragili statue di piombo. È come trovarsi costantemente nell’incrociarsi di fuochi amici e nemici, ma entrambi gli schieramenti si muovono senza sparare. In guerra fredda, incostanti. Le nostre difese si ammutinano e restiamo soli in un mondo che sentiamo addosso. Ci ritroviamo spesso in piedi, impauriti e disorientati da un equilibrio che vacilla, latita. Fermi, con le mani in tasca o i pugni chiusi, viviamo il nostro tempo nell’attesa o nel timore del giudizio altrui. Un’attesa che scandisce il quotidiano come lo snervante “tic-toc” degli orologi datati.

Ho scoperto questa riflessione negli ultimi giorni. Con un’ipocondria che quasi è diventata una ghiandola o un arto in più, l’ansia mi si para dinanzi ogni qualvolta si insinui un’anomalia nella mia routine. Divento il mio strumento di tortura. Sento gli occhi di tutti addosso, occhi che si nascondono dietro indici puntati sul mio cranio costantemente sotto esame. Ogni mia azione è monitorata severamente, tanto da portarmi a tenere per me un bisogno, una parola o un’osservazione.

Vi è mai capitato di essere ospiti a un pranzo o a una cena e di non riuscire a sciogliervi neppure dopo 3 ore di convivio? Seduti su quella sedia per tutto il tempo, trattenere la necessità di mingere o sgranchirsi le gambe, o di fumare una sigaretta. Vogliamo parlare dell’ipocondria da pasto? Ogni pietanza non fa parte della nostra quotidianità e non conosciamo la provenienza degli ingredienti, tantomeno le modalità di preparazione. Avranno avuto cura della conservazione degli ingredienti prima di passarli in cottura? Avranno controllato la scadenza prima di disporli sui vassoi? L’acqua presente sul tavolo è rimasta stagnante per troppo tempo? Stoviglie e corredo sono stati accuratamente disinfettati prima dell’utilizzo? Non ci resta che mangiare in silenzio e lottare col beneficio del dubbio. I presenti, però, ci guarderanno mangiare e il nostro appetito dovrà essere contenuto: un assaggio di ogni portata, niente di più.

Consumati i piatti e i convenevoli dovremo rincasare. Lo sbalzo termico tra il dentro e il fuori potrebbe essere eccessivo e mandarci all’altro mondo per una congestione. Se non fosse questa la causa della nostra morte, allora lo sarà il cibo di provenienza ignota che abbiamo ingerito.

Infine, ma non per minore importanza, qualcuno può ospitarci per una notte. Non pernotteremo in casa nostra: letto, bagno e correlati. La tensione di cui sopra si sviluppa nel sentirci osservati e giudicati sul tempo che impieghiamo in bagno. Il nostro intestino dovrà fare i conti con l’ansia e per quasi tutto il tempo manderà tutte le sue funzioni in standby. Non è il nostro bagno, dunque il nostro corpo non potrà ambientarsi facilmente. Ci sentiamo gonfi come dirigibili ma il nostro corpo deve tenersi tutto. Ogni nostro spostamento, poi, è sotto la supervisione di quanti popolano la casa. Stiamo in piedi, e all’invito di sederci rispondiamo “mi sgranchisco le gambe” mentre in realtà abbiamo gli arti a pezzi e vorremmo porre in comodità il nostro didietro. Offriamo il nostro aiuto nelle faccende, pensiamo alla cordialità che ci distingue e alla disponibilità che ci descrive. Una buona percentuale del nostro ausilio è fatta di azioni goffe e tese. Dispensiamo complimenti per ogni cosa, esasperando ogni semplicità con panegirici degni di nota. Nella nostra testa pulsa l’idea che dobbiamo farlo, altrimenti saremmo degli ingrati.

Fuori dalla nostra testa, però, le cose sono diverse. Il mondo non ci gira intorno e nessuno ha tempo da perdere per seguire le nostre azioni col giudizio pronto. A nessuno interessa quanto tempo impieghiamo a espletare le nostre funzioni nel bagno o quanto mangiamo di quella portata. Nessuno ci chiede di complimentarci per ogni gesto, perché il solo accoglierlo è segno di gratitudine.

Nessuno voterebbe per intossicare un’intera tavolata con acqua stagnante, cibo scaduto o stoviglie non disinfettate. Nessuno direbbe di noi che siamo dei pelandroni, se ci mettessimo comodi.

Solo noi sappiamo di nascondere una belva. Non una creatura pronta ad uccidere, bensì un ego che vuole solo liberarsi, sentirsi a suo agio al di fuori del filo spinato del nostro inconscio.

Un ego che vuole sedersi comodamente e respirare.

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