RIFLESSIONI | Il senso di colpa

senso di colpa

Esiste l’errore trasparente ed esiste quello occulto. Si sbaglia nel pieno centro della natura umana, perché sotto l’epidermide uno spirito si dimena per fare a pugni con la ragione. La razionalità, quando eccessiva, si commuta con il suo contrario. Accade quando la parola sconfina oltre il necessario, quando tutto l’utile è già fatto e detto.

Eccola, l’irrazionalità.

Si può perdonare di tutto, ma non il proprio errore. Qualcosa è andato storto e non c’è possibilità di redenzione. Nasce da un eccesso, come già detto. L’errore trasparente è quanto di più chiaro ci sia: una parola di troppo, un giudizio dato troppo a caldo, una distrazione. Ecco, piccole mancanze che l’inconscio sa perdonare, specie se dall’altra parte vi è già un perdono. Torna la quiete, resta l’amaro in bocca ma con un sospiro di sollievo tutto può procedere. Può succedere, si dice.

Ecco, lo scontro bellico col proprio io nasce quando l’errore è occulto. C’è, ma non si vede, e viceversa. Ci si sente in colpa perché in quel momento ci si è difesi, ma dall’altra parte qualcuno resta ferito. Lo scatto d’ira, quello insolito, è il detonatore. Le ferite si sopportano di più quando si ricevono, non quando si provocano. Non si può accettare. C’è il silenzio e stride, stride tantissimo. Allora giù di richieste di perdono strazianti, un potenziale e martellante mettersi in ginocchio attaccandosi al telefono, al portone di casa, al citofono. L’eloquio si fa prolisso e drammatico, trasformandosi in un’autoaccusa sadica, imponente. La razionalità sconfina e si trasforma nel suo contrario. Sì, spesso tutto si trasforma in un’umiliazione, pur di compiacere e ottenere perdono.

Vi è anche l’estremo caso in cui si tace per non umiliarsi. Dentro, però, tutto si distrugge. In questo contesto si vive nella posizione di non mostrare il disagio del proprio senso di colpa, e si tace. Uccidendosi.

Il fine è sempre il perdono. Ottenerlo, conquistarlo. La riconquista della fiducia e della stima, senza le quali non può esserci esistenza. Senza le quali saremmo persone inutili, finite, colpevoli. Ecco, colpevoli. Il rogo dei sensi arsi vivi dal senso di colpa occulto e lacerante, a volte, sfocia in vere e proprie crisi d’ansia e tremendi attacchi di panico. Si perde il controllo e tutto peggiora.

La domanda è: esiste una fobia del senso di colpa?

Tempo fa avevo posto la domanda agli utenti della pagina Diario di un ipocondriaco:

Qualcuno aveva risposto: «… potrebbe essere amartofobia, ma è la paura di sbagliare nello specifico». Secondo il dizionario, infatti, per amartofobia si intende la paura morbosa di commettere errori.

La stessa persona aveva aggiunto: «oppure enissofobia, la paura di aver commesso un peccato imperdonabile… ». Secondo SpazioPsi.it, appunto, che riporta l’elenco delle fobie di Wikipedia, l’enissofobia è la paura di aver commesso un peccato imperdonabile o di ricevere critiche. Siamo molto vicini.

Eppure non basta. C’è dell’altro, perché c’è chi dal senso di colpa si sente morire. Sono interessanti le parole di Patrizia Mattioli, Psicologa e psicoterapeuta, redattrice del Fatto Quotidiano:

Altra cosa è se l’intensità è distruttiva e prevede solo punizioni e dolore per gli errori commessi.

Come per altre faccende umane, anche qui le esperienze familiari fanno la differenza. L’essere cresciuti in ambienti dove l’affermazione delle proprie esigenze è subordinata alle aspettative familiari e/o al rispetto di rigide regole, predispone più facilmente a sentimenti di colpa severi e intensi accompagnati dalla paura di essere puniti e da sentimenti di indegnità e inadeguatezza.

Distruttiva, ecco. Le esperienze familiari fanno la differenza, ecco. Ancora:

Sentirsi in colpa per la sofferenza di qualcuno e attribuirsene la responsabilità, ha un suo lato positivo perché implica mettersi al centro del mondo di quella persona e riconoscersi il potere di danneggiare o aggiustare la sua vita.

Ci abbiamo mai pensato?

Infine:

Esistono anche sensi di colpa “buoni”, sono quelli che emergono in seguito a scelte autonome fatte in barba alle aspettative del partner o della famiglia, dolorosi ma positivi perché rappresentano l’affermazione della propria individualità, meglio tollerarli e accettarli come prezzo da pagare in funzione di una crescita personale.

Individualità. Ecco. Il nostro è un guscio blindato, cementato e difficile da infrangere. Per molti di noi è complicato riscoprire la luce e sbattere il pugno sul tavolo, perché avere ragione dovrebbe essere un processo soave, normale, naturale. Non la si vorrebbe mai pretendere, questa ragione.

Vi lascio alle parole di Woody Allen dal film Broadway Danny Rose, 1984:

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